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Effetto Brexit

«Bisognerà fare in fretta. Comunque vada a finire, e peggio che mai con un No Deal, rischia di abbattersi sull’export italiano una pioggia di dazi tale da spiazzare interi settori di importanza primaria come l’agroalimentare, la pelletteria, le calzature» . È venata di angoscia la voce di Alessandro Terzulli, capo economista della Sace, società pubblica per il sostegno all’export. «E poi ci sono i danni indiretti», rincara Luigi Scordamaglia, che oltre a essere a capo della Inalca di Modena (2 miliardi di fatturato con la carne) presiede Filiera Italia, associazione che riunisce coltivatori e industriali del food. «L’Irlanda è un gran produttore di prosciutto — spiega — e lo esporta in Gran Bretagna. Se gli verrà chiusa la porta in faccia, lo riverserà in Europa con il risultato di inflazionare il mercato e abbattere le quotazioni».
L’Italia ha esportato nel 2018 per 23,4 miliardi in Gran Bretagna. L’import da Londra è stato di 11,1 miliardi, con un surplus di oltre 12 miliardi, una performance di rilievo se si pensa che l’avanzo dell’export italiano (500 miliardi in totale) è di 39 miliardi. Ecco la posta in palio della Brexit.
Le imprese
La Brexit traumatica è una prospettiva che atterrisce l’industria. Uno studio della Banca d’Italia quantifica, basandosi sulle medie e sui precedenti del Wto, i possibili dazi: in media del 5%, che già sarebbe un rincaro in grado di spiazzare molti esportatori, con punte del 13% sull’agroalimentare, dell’ 11% sulla pelletteria, dell’8,8% sulle auto. Eppure di fronte a questo tsunami annunciato, da un rapido sondaggio presso gli imprenditori non emergono soluzioni. «Cosa fare?» , allarga le braccia Maurizio Stirpe, vicepresidente della Confindustria. La sua azienda di componenti auto, dopo aver aperto stabilimenti in Germania, Austria, Slovacchia, ha rilevato due anni fa due fabbriche a Londra e Cardiff, 150 dipendenti sui 3000 del gruppo. «Forniamo parti — racconta — a Mini, Jaguar, Land Rover. Ora andranno probabilmente rivisti i piani commerciali alla luce anche della probabile recessione in Gran Bretagna».
La Granarolo, che fattura 1,3 miliardi con il latte delle cooperative che ne detengono la maggioranza ha invece rilevato l’anno scorso la Midland Food Group per migliorare la distribuzione in territorio britannico. La Gran Bretagna è così rapidamente salita al secondo posto ( dopo la Francia) nel fatturato del gruppo con 140 milioni di latte e formaggi. Ma sulle prospettive si incrociano le dita. «C’è poi il problema — aggiunge Andrea Montanino, capo economista di Confindustria — delle aziende che si finanziano con obbligazioni emesse sul mercato inglese, secondo il loro diritto, che devono rivedere le procedure».
La Difesa
Leonardo, la ex-Finmeccanica, è una potenza in Gran Bretagna, dove dà lavoro a 7.000 persone che fanno elicotteri a Yeovil nel Somerset, radar e sensori a Edimburgo, software di cybersecurity a Bristol. Il capo azienda Alessandro Profumo ha avviato una campagna sui media britannici sulla la pericolosità di disperdere i programmi comuni, come il progetto satellitare da 10 miliardi Galileo dal quale Londra ha annunciato il ritiro per la parte militare. Ora si aspettano le mosse sul prossimo Eurofighter che dovrebbe costruire un pool di Paesi: Leonardo è nel progetto con Bae Systems e Rolls-Royce ma Francia e Germania hanno annunciato programmi alternativi.
Il governo
Lunedì primo aprile è iniziata la discussione al Senato di un decreto pubblicato in Gazzetta il 25 marzo sulle misure di emergenza per banche e assicurazioni. «Tanta sollecitudine sembra un po’ azzardata» , commenta Angelo Baglioni, economista internazionale alla Cattolica. «Ancora non si conoscono i termini dell’intesa. L’unica certezza è che le istituzioni finanziarie perderanno la possibilità di operare con una sola licenza in tutta Europa. Il decreto dispone il periodo transitorio prevedendo che le banche inglesi possano continuare a gestire i conti esistenti in Italia, dietro autorizzazione di Bankitalia, per un anno e mezzo, senza poterne aprire di nuovi. Più rigide le disposizioni per assicurazioni e fondi comuni d’investimento».
Necessariamente provvisoria perché non si conoscono le condizioni di reciprocità, è la disciplina del “dopo” la transizione: come saranno gestite, per esempio, le richieste ex novo di autorizzazione a operare in Italia. Per questo e per tanti altri aspetti occorre aspettare il ” Deal” definitivo, ammesso che ci sia.

Eugenio Occorsio

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