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Intesa, così il cda cambia pelle più stranieri ed esperti fintech

Un cda più internazionale ed esperto sui temi fintech, che porti Intesa Sanpaolo verso l’approdo auspicato da vari osservatori, tra cui la vigilanza di Francoforte: internazionalizzare la banca, che spadroneggia sul mercato italiano ma è debole altrove. Il percorso è più complicato del previsto: i tentativi di espandersi all’estero, in atto da un paio d’anni, non sono finora andati a segno, e avere l’85% dei ricavi in Italia non è esattamente una diversificazione dei rischi.
Sembra che perfino Mario Draghi, che la Bce presiede, abbia consigliato di recente all’ad Carlo Messina questa via; mentre nel novembre scorso la Bce vigilante suggerì, allora per lettera, di dotare un terzo dei 19 futuri amministratori di competenze internazionali e nel fintech, vista la discontinuità tecnologica in atto. Al cda che l’assemblea vota il 30 aprile servono tra l’altro i nuovi requisiti di professionalità della Bce, un vaglio che un terzo degli attuali membri faticherebbe a passare. Tre anni fa l’occasione per rendere più eterogenea la compagine fu colta in minima parte dalle Fondazioni, padrone del 20% delle quote, mentre un 60% è degli investitori istituzionali. «Tocca a noi fare in modo che il nuovo cda non diventi un luogo dove si confrontano opposte fazioni italiane, ma sede di nuove conoscenze e competenze internazionali », ha detto un mese fa al Sole 24 Ore Francesco Profumo, presidente di Compagnia di San Paolo che ha il 6,79%. Tuttavia proprio a Torino si registra più incertezza sul delicato bivio: specie nel rinnovo del presidente — per prassi un torinese dal 2008 — Gian Maria Gros-Pietro. Profumo, un modernizzatore, sembra in asse con il leader di Cariplo Giuseppe Guzzetti sull’opportunità di superare il campanilismo nelle nomine, e affiancare un presidente più dinamico ed “ europeo” al confermato ad Messina. L’identikit non calza a molti: si fanno i nomi di Claudio Costamagna (che però s’è chiamato fuori, per dedicarsi al mestiere di consulente), Domenico Siniscalco ( torinese con ruolo forte in Morgan Stanley a Londra), Vittorio Grilli ( milanese con ruolo forte in Jp Morgan a Londra), e del vicepresidente Paolo Andrea Colombo (milanese, già presidente di Enel e Saipem).
Gli astri torinesi, male allineati, non agevolano il ricambio. Nel 2020 Compagnia di San Paolo rinnova i vertici e Profumo, ex ministro nel governo Monti, non avrà vita facile con il sindaco M5S Chiara Appendino, che da subito ne criticò la nomina giunta mentre il sindaco Pd Piero Fassino faceva i bagagli. E a maggio si vota per la Regione Piemonte, con il centrosinistra di Sergio Chiamparino insidiato dalla Lega. Questa cornice divide il Comitato di gestione Csp di cinque membri, riunito ieri senza che si sarebbe parlato di nomine: anche perché la rinuncia a Gros- Pietro si dice non convinca Licia Mattioli e Anna Maria Poggi.
Alla prima lista, che nel 2016 fu depositata da Cariplo, Csp, Cariparo, Carisbo, spettano 14 membri su 19. Gli altri 5 vanno ai fondi, che stanno passando ai consulenti della banca sulla governance i loro desiderata: ricambio di un terzo circa dei nomi, diversificazione di competenze e loro proiezione internazionale. Si presume che tali istanze saranno recepite dal cda uscente, che sta ultimando le raccomandazioni per chi verrà e le porterà il 5 febbraio in consiglio per l’autovalutazione. Tra i posti spettanti al mercato c’è anche quello del presidente del comitato di controllo della gestione, vitale per la governance monistica che ingloba i controlli nel cda. Se ne occupa dal 2016 Marco Mangiagalli, che è al nono anno quindi non ricandidabile. Per sostituirlo sta cercando consensi tra i fondi Roberto Brustia, commercialista e revisore partner dello studio Cba. Nel suo cv figurano «consulenze per banche, Fondazioni e Acri».

Andrea Greco

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