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May rinvia il voto sulla Brexit “Torno a trattare a Bruxelles”

Il labirinto della Brexit ieri ha portato a un altro vicolo cieco. E così, mancata nuovamente l’uscita, si torna indietro, a improbabili negoziati con l’Europa. È la clamorosa decisione di Theresa May dopo che per settimane e fino alla mattinata di ieri tutti, nel governo e a Downing St., non pensavano ad altro che al voto cruciale sull’accordo Londra- Ue che si sarebbe dovuto tenere oggi alla Camera dei Comuni. Invece niente: dopo alcune telefonate con i suoi alle 10 di mattina, la premier, sotto l’enorme pressione di metà esecutivo, ha deciso: si torna di nuovo a Bruxelles.
C’è chi dice che May abbia commesso un altro errore, dopo quello grave del “parere legale” sulla Brexit: forse era meglio farsi massacrare in Parlamento e poi andare a Bruxelles a implorare modifiche sulla cruciale questione irlandese. Ma la premier, nelle prime ore di ieri, ha temuto una disfatta colossale alla Camera di Comuni: potenzialmente era sotto di 100-150 voti. In questo caso, il naufragio della sua Brexit avrebbe significato anche la fine della sua carriera.
Così ha affrontato l’ennesima umiliazione: andare alla Camera dei Comuni, difendere il suo accordo che resta « il migliore possibile perché difende lavoro, economia e confini » e annunciare che l’agognato voto sarà rinviato a data da destinarsi. In base al regolamento della House of Commons, non dovrebbe tornare alla conta prima del 21 gennaio. Ma oramai si tratta di un accordo bruciato. Oggi May incontrerà Juncker e Merkel. Poi, per giovedì, Donald Tusk ha convocato un summit speciale sulla Brexit in cui però, ha precisato il presidente del Consiglio Ue, non si riapriranno i negoziati, tantomeno sul famigerato backstop. Al massimo, «discuteremo di come facilitare la ratifica dell’accordo in Regno Unito » , una frase criptica che, secondo fonti di Bruxelles, potrebbe significare una sorta di « dichiarazione interpretativa» sul backstop, come con la Spagna per Gibilterra.
Ma sarebbero soltanto briciole, che non faranno cambiare idea a nessun brexiter ribelle. Il problema è sempre lo stesso: il backstop, cioè quel regime speciale per l’Ir-landa del Nord, che rimarrebbe in una sorta di mercato comune europeo — e il Regno Unito nell’unione doganale — fino a quando non verrà trovata una soluzione a lungo termine, il tutto per evitare il ritorno di un confine duro tra Belfast e la Repubblica d’Irlanda, col rischio di nuove tensioni sull’isola. Una soluzione odiata dai brexiter per due ragioni: rischia di spaccare il Regno Unito, ma soprattutto Londra potrebbe rimanere indefinitamente agganciata all’Europa. May oggi va a Bruxelles proprio per cercare un’umile concessione su questo punto: almeno una riga che sottolinei la temporaneità del backstop. Ma è un tema su cui l’Ue non ha mai mollato di un centimetro.
In questo inquietante scenario, sono due le opzioni che guadagnano terreno. La prima è il No Deal, l’uscita dall’Ue, senza accordo, da conseguenze potenzialmente catastrofiche. L’altra è un secondo referendum sulla Brexit, ora meno implausibile dopo la sentenza di ieri della Corte di Giustizia europea che ha legalizzato la possibilità di Londra di recedere unilateralmente dalla Brexit. Ma è un’ipotesi che potrebbe scatenare la rabbia sociale. Ieri la sterlina è affondata ai minimi dal 2017 e le borse Usa e europee hanno accusato il colpo. Dopo due anni e mezzo di passione, il labirinto sembrava avere un’uscita. Invece, forse siamo solo all’inizio.

Antonello Guerrera

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