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Sulle spese legali alla fine decide il giudice

Quando il giudice vede gravi ed eccezionali ragioni può alleggerire la posizione di chi perde ed esonerarlo in sentenza dal rimborsare le spese legali al vincitore.

A stabilire questo principio è la Corte costituzionale con la sentenza n. 77 depositata ieri 19 aprile 2018, che allarga le eccezioni alla regola per cui «chi perde paga». Dalle attuali e tassative due ipotesi (novità della questione e mutamento di giurisprudenza) si passa a un sistema che vede il giudica protagonista e abilitato a valutare, caso per caso, se chi perde debba o no pagare le spese legali e quanto (tutto o in parte).

Il problema di chi paga le spese legali è un grosso problema, tanto più grosso quanto minore è il valore della causa.

Se il valore della causa è 100 e per difendermi devo comunque pagare spese legali più alte, anche se si vince, verrebbe da chiedersi se ne vale la pena.

La regola per cui le spese del vincitore sono addossate allo sconfitto hanno, quindi, lo scopo di impedire che il costo della giustizia e della difesa siano una beffa per chi ha ragione e buoni diritti.

La questione, però, è che non sempre le vicende processuali sono così semplici e l’esito non è sempre facilmente prevedibile. Può, quindi, capitare che si inizi un processo o si resista in un processo, senza abusare del processo stesso, e si finisca per avere torto: viene fuori una legge retroattiva, una legge viene annullata dalla Consulta, la legislazione non è facile da interpretare ecc.

In questi casi la regolazione delle spese a carico di chi perde e non gli è rimproverabile di avere coltivato il giudizio potrebbe essere sproporzionato.

Questi ragionamenti sono stati e sono lo sfondo in cui si è mosso e si trova l’articolo 92 del codice di procedura civile.

In origine l’articolo 92 stabiliva che il giudice poteva decidere che ogni parte si pagava il suo avvocato (compensazione delle spese) in caso di soccombenza reciproca o di altri giusti motivi: il giudice aveva, dunque, piena discrezionalità sulla individuazione dei giusti motivi.

Una prima modifica del 2005 ha richiesto al giudice, nel caso dei giusti motivi, di non essere vago ma di indicarli esplicitamente della sentenza: quindi rimane la regola sostanziale dei giusti motivi, ma si introduce un rigore formale di motivazione.

Una seconda modifica (del 2009) abbandona i «giusti motivi» e pretende, in caso di compensazione delle spese, che il giudice, indichi esplicitamente nella motivazione, gravi ed eccezionali ragioni.

Infine, nel 2014, una terza modifica ha abbandonato una regola formulata in termini generali, che lasciava spazio di manovra ai giudici, e ha scelto l’elenco di casi tassativi: la compensazione si poteva fare (oltre all’ipotesi della soccombenza reciproca) solo nel caso di assoluta novità della questione trattata o mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti.

Questo sbarramento alla discrezionalità del giudice è stato ora tolto dalla sentenza n. 77/2018 della Consulta.

Il principio è dunque il seguente: Il giudice civile, in caso di soccombenza totale di una parte, può compensare le spese di giudizio, parzialmente o per intero, non solo nelle ipotesi di «assoluta novità della questione trattata» o di «mutamento della giurisprudenza rispetto a questioni dirimenti», ma anche quando sussistono «altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni».

In sostanza, con una pronuncia additiva sull’articolo 92, comma 2, del codice di procedura civile, si è tornati indietro alla seconda modifica del 2005.

Il problema, a questo punto, è di comprendere quali siano le altre gravi ed eccezionali ragioni, che possono giustificare il fatto che chi vince deve pagarsi il suo avvocato e, quindi, di fatto ci rimetta dei soldi.

La Consulta non si tira indietro e dà qualche indicazione di dettaglio.

Per osservare i principi costituzionali di ragionevolezza e di uguaglianza si devono compensare le spese in casi analoghi a quello del cambiamento di giurisprudenza: rientrano in questa categoria le ipotesi di sopravvenienza di una norma di interpretazione autentica o una legge posteriore con effetto retroattivo, oppure una sentenza di illegittimità costituzionale o una decisione di una Corte europea oppure ancora una nuova regolamentazione nel diritto dell’Unione europea. L’elenco fatto dalla Consulta non è tassativo, perché la sentenza in esame dà spazio ad altre non nominate analoghe sopravvenienze, sempre che incidano su questioni dirimenti, che il giudice può valutare caso per caso.

Rimessi alla valutazione del giudice ci sono poi i casi riconducibili alla assoluta novità della questione e cioè tutti i casi di oggettiva e marcata incertezza, non orientata dalla giurisprudenza ed altre analoghe situazioni di assoluta incertezza, in diritto o in fatto, della lite.

La Corte non è intervenuta sulla ipotesi della «soccombenza reciproca» (tutte le parti vedono respinte totalmente o parzialmente le loro domande), che abilita alla compensazione delle spese. La consulta, però, ricorda che la cassazione si sta orientando nel ritenere sussistente questa ipotesi anche in caso di accoglimento parziale dell’unica domanda proposta.

Non si traggano conclusioni sbagliate, poi, dal fatto che nell’articolo 92, comma 2, riformulato non c’è riferimento esplicito alla motivazione da parte del giudice; il magistrato deve sempre chiarire esplicitamente perché ha compensato le spese: l’obbligo di motivazione della decisione di compensare le spese di lite, deve essere osservato sempre perché, spiega la Consulta, discende dalla generale prescrizione dell’articolo 111, sesto comma, della Costituzione, che vuole che tutti i provvedimenti giurisdizionali siano motivati.

Antonio Ciccia Messina

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