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Wall Street e la Casa Bianca fanno tremare i big della Rete

La zanna non morde più. “ Faang”, che ha una “a” di troppo ma suona come zanna in inglese, è l’acronimo dei Padroni della Rete: le iniziali di Facebook Amazon Apple Netflix Google. Tutti insieme hanno perso 260 miliardi di dollari di valore in una settimana e mezza. I guai maggiori li passa Facebook (meno 15%), epicentro degli ultimi scandali, ma è tutto il settore digitale ad essere improvvisamente sfiduciato dai mercati. Si accavallano episodi non collegati fra loro, che improvvisamente fanno tutt’uno e contribuiscono alla tendenza. C’è chi attribuisce a Donald Trump un piano per punire il suo nemico Jeff Bezos e questo fa cadere in Borsa anche Amazon. Ci sono gli incidenti ( due) di auto senza pilota della Tesla e Uber. Più in generale si fa strada la convinzione che potremmo essere vicini alla fine di un’èra: quella che fu all’insegna del “genio e sregolatezza”. Genio certamente; regole troppo poche. Prima ancora che Mark Zuckerberg sprofondasse in un mare di guai per il doppio scandalo politico-elettorale (le fake- news disseminate dai russi sul social media; i dati rubati a 50 milioni di americani per usarli nella campagna elettorale di Trump) le avvisaglie erano venute dall’altra sponda dell’Atlantico quando Bruxelles aveva lanciato una serie di offensive contro i giganti digitali, sia sul fronte anti- trust sia su quello dell’elusione fiscale. Tutti esempi di quanto sregolata fosse appunto la crescita dei Padroni della Rete: avendo di fatto occupato un Nuovo Mondo, un po’ come i colonizzatori che seguirono Cristoforo Colombo, i ragazzi della Silicon Valley le regole se le sono scritte da soli. Il Congresso degli Stati Uniti li ha disturbati poco, anche per sostenere la supremazia americana in questo settore. Solo la Cina li ha tenuti quasi tutti fuori, ma solo per nazionalismo e autoritarismo politico. Ora il vento sta cambiando anche a Washington. E’ solo una sceneggiata, oppure il Congresso e l’Amministrazione Trump stanno per invertire tendenza dopo decenni di indebolimento dell’antitrust e di deregulation? Solo in parte, la risposta verrà dall’audizione ci Mark Zuckerberg. Le audizioni sono una vetrina in cui i parlamentari vogliono mostrarsi aggressivi, premurosi verso gli elettori. Poi bisogna vedere quanto cambia davvero nelle regole del gioco, fin qui troppo favorevoli ai Padroni della Rete. Qualcosa però si è spezzato nell’idillio tra la Silicon Valley e Washington, e questo qualcosa ha a che vedere con Trump. Il tycoon edile viene da un’altra èra del capitalismo, non ha simpatia alcuna per la California (che votò quasi al 70% per Hillary), inoltre ha dei conti personali da regolare contro Bezos in quanto editore del Washington Post, giornale d’opposizione. Di recente anche la sinistra ha raffreddato i suoi entusiasmi verso la Silicon Valley: per quanto i vari Zuckerberg Cook e Bezos possano sostenere cause liberal (dall’ambiente ai matrimoni gay alle restrizioni sulle armi), non è bello stare dalla parte di chi non paga tasse, soffoca e intralcia la concorrenza, manipola le coscienze attraverso il “commercio della nostra attenzione”. Senza sottovalutare che all’interno della stessa California il modello dell’economia digitale ha moltiplicato le diseguaglianze sociali. Può essere paradossale che a criticare i privilegi fiscali di Amazon sia un presidente che rifiuta di divulgare le proprie dichiarazioni dei redditi, ma la coerenza non ha mai impacciato Trump. Peraltro ieri la Casa Bianca ha smentito le voci secondo cui starebbe preparando una riforma fiscale mirata specificamente contro Amazon.
Intanto Zuckerberg cerca di limitare i danni, dopo che il suo social media ha perso quasi 100 miliardi di capitalizzazione in Borsa dall’inizio degli scandali. Facebook ha annunciato l’introduzione di una “pagina centrale” dove gli utenti potranno controllare i propri criteri di sicurezza e il livello di privacy che desiderano. Attualmente – a riprova dell’ipocrisia che regna ai vertici di Facebook – un utente che volesse rafforzare al massimo le difese della privacy, può essere costretto a visitare una ventina di settori diversi all’interno del social media. È un sistema disegnato perché gli utenti siano alla mercè del social media e delle sue scelte. Alcuni esperti restano guardinghi sulle promesse di cambiamento annunciate da Zuckerberg: ricordano che otto anni fa fece annunci molto simili, impegnandosi a tutelare la privacy. Stavolta forse è la pressione esterna che potrebbe fare la differenza. L’authority antitrust (Federal Trade Commission) ha messo Facebook sotto indagine, così come i 37 ministri della Giustizia di altrettanti Stati Usa.

Federico Rampini

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