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La mappa dell’Italia che cerca di uscire dalla crisi

Dieci indicatori, dieci istantanee per ritrarre come il nostro Paese, a fatica, stia cercando di lasciarsi alle spalle la lunga crisi iniziata nel 2007, quando a innescarla fu il default, negli Stati Uniti, dei mutui subprime, che poi portò a una recessione economico-finanziaria globale. Oggi, a dieci anni di distanza, si scorgono spiragli di miglioramento del clima economico, anche se la ripresa rimane molto fragile, a macchia di leopardo, con le famiglie che navigano a vista e fanno i conti con un tasso di povertà in crescita. Ma a che punto stanno le 103 province italiane nel loro faticoso cammino per uscire dal tunnel? Dove si registrano i maggiori progressi e chi, al contrario, mostra ancora di procedere a rilento? Il sentiment delle famiglie italiane sta assumendo una connotazione positiva e favorevole al rilancio dei consumi oppure dominano l’incertezza e la cautela nelle decisioni di spesa e di investimento?
Nel luglio di tre anni fa Il Sole 24 Ore del Lunedì aveva fatto un tour tra le province per misurare gli effetti della crisi nel periodo dal 2007 al 2013. Sul cruscotto si vedevano accese molte spie rosse. E ora, utilizzando gli stessi indicatori e passando ai raggi X gli anni dal 2013 al 2016, chi è riuscito a spegnerne qualcuna?
La disoccupazione, una delle maggiori emergenze che ogni governo cerca di affrontare, nel periodo considerato ha registrato un’evoluzione non uniforme con cali, soprattutto al Nord, e aumenti anche a due cifre. A Bergamo, la provincia che nella classifica generale mostra la maggiore reattività alla crisi (Aosta, invece, è la più lenta a reagire), si attesta al 5,3%, uno dei tassi di disoccupazione più bassi del Paese. E se per ovviare al problema del lavoro, precario e difficile da trovare, si punta sempre di più sull’istruzione, un segnale positivo arriva dal rapporto tra laureati e giovani, in miglioramento del 4,4 per cento. Un fenomeno che coinvolge i due terzi delle province.
Un’altra buona notizia emerge dai dati preliminari elaborati da Prometeia con la crescita del reddito pro capite: nel 2016, infatti, solo in sei aree si vede il segno meno. Si conferma, poi, la storica capacità di risparmiare degli italiani con un incremento, generalizzato, dei depositi bancari pro capite. Tra gli altri asset della famiglia media c’è il mattone, il bene rifugio per eccellenza, che ora sembra aver voltato le spalle agli italiani, alla luce della diffusa flessione delle quotazioni al metro quadro rilevata dalle elaborazioni di Scenari Immobiliari. Milano è l’unica città in cui nel periodo 2013-2016 il costo al metro quadro di un appartamento in una zona semi-centrale riesce a mettere a segno una crescita, pari all’1,1 per cento. In tutto il resto del Paese è un susseguirsi di segni rossi e di cali anche a due cifre.
E sul fronte dei consumi, la vera sfida da vincere per accelerare il cammino di uscita dalla crisi? Le vendite di auto hanno mostrato un’accelerazione un po’ ovunque, con impennate a due cifre. Non è andata altrettanto bene ai beni durevoli (mobili, elettrodomestici, computer ed elettronica di consumo). In questo caso, evidenziano i dati di Findomestic, la spesa per famiglia è cresciuta dell’1,4%, toccando nel 2016 una spesa media di 866 euro, ma gli aumenti si sono registrati solo nel Nord Italia. Parallelamente cresce di circa il 10% l’importo medio richiesto per i prestiti personali, ma a Bolzano, Treviso e Parma si arriva al 30% e oltre.
Il quadro economico continua a rimanere difficile, come – appunto – testimonia il rapporto «La povertà in Italia» presentato dall’Istat giovedì scorso. Sono oltre 4,7 milioni le persone che vivono in uno stato di povertà assoluta, mentre quelle in povertà relativa sono circa 8,5 milioni, in prevalenza under 35. Insomma, un italiano su sei vive in uno stato di sofferenza economica. E il clima di generale difficoltà ha portato a una riduzione dei rifiuti urbani prodotti, in parte dovuta anche a un taglio degli sprechi che riguarda i residenti al Nord, anche se a Vercelli la raccolta è cresciuta (il dato più alto tra le 103 province considerate) del 10,6 per cento.
In un Paese, che pure tende progressivamente a invecchiare, anche la spesa per le medicine incontra crescenti difficoltà. I maggiori cali si sono registrati nel Mezzogiorno. Secondo le rilevazioni di QuintilesIms, i farmaci di automedicazione e quelli senza l’obbligo della prescrizione medica hanno subìto una significativa flessione dei volumi di vendita, mentre il consumo di farmaci a prescrizione obbligatoria, quelli utilizzati sotto controllo medico, è aumentato del 2,3 per cento.
Sulle prospettive del Paese continuano a pesare un debito pubblico che a maggio ha raggiunto la cifra record di 2.279 miliardi e l’incertezza sui vincoli di bilancio, oggetto di continue trattative tra Roma e Bruxelles. Adesso c’è da sperare che si materializzino i tassi di crescita del Pil previsti venerdì dalla Banca d’Italia: +1,4% quest’anno e +1,3% nel 2018. Sperando che sia, finalmente, una ripresa innescata non solo e non tanto dall’export, ma soprattutto dall’espansione dei consumi e degli investimenti «a ritmi relativamente sostenuti».

Enrico Netti

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