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Tassa Airbnb, strada in salita

Continua il percorso a ostacoli della norma sugli affitti brevi, la cosiddetta «tassa Airbnb», la cui applicazione, concretizzata dai provvedimenti dell’Agenzia delle entrate pubblicati nelle ultime due settimane, presenta notevoli incongruenze.

L’iter procedimentale dovrebbe essere quasi concluso (mancano le specifiche tecniche per ottemperare agli obblighi comunicativi previsti dalla legge), ma i dubbi e le perplessità sulle modalità di definizione non mancano.

Le reazioni negative alla nuova normativa non provengono esclusivamente dai portali web di intermediazione immobiliare, ma anche dagli agenti immobiliari, categoria verso la quale l’effetto negativo della norma viene dai più sottovalutato. Inoltre, è tecnicamente imprecisa la nomenclatura «tassa Airbnb», visto che non ci sarà nessun aggravio impositivo per il più famoso portale di intermediazione immobiliare al mondo; l’azienda americana, così come gli altri intermediari coinvolti, avrà a suo carico un insieme di adempimenti burocratici e comunicativi piuttosto che nuovi obblighi fiscali.

Le principali incongruenze riguardano: le modalità di versamento della cedolare secca e dell’imposta di soggiorno in carico agli intermediari che dovranno agire come sostituti di imposta; l’imponente mole di informazioni richieste dall’Agenzia delle entrate, di difficile reperimento e, per alcuni operatori del settore, non in linea con le disposizioni del garante della privacy. Inoltre, il ruolo di sostituti di imposta è subordinato al pagamento dei corrispettivi, cosa che non tutti gli intermediari effettuano; di conseguenza, si avranno differenti effetti verso diversi intermediari.

Cedolare secca. Dal 1° giugno qualsiasi intermediario che opera nel campo delle locazioni brevi, deve agire da sostituto di imposta e trattenere una cedolare secca del 21% sui corrispettivi versati dagli ospiti per poi rigirarla all’amministrazione tributaria entro il giorno 16 del mese successivo. Il primo termine temporale non sarà rispettato, in quanto Airbnb ed altri intermediari coinvolti non hanno trattenuto le somme dovute relative al mese di giugno e non hanno predisposto comunicazioni per avvertire gli host dell’eventuale modalità operativa che verrà utilizzata per adempiere all’obbligo previsto (si veda ItaliaOggi del 15/7/2017).

Le prime difficoltà erano sorte già dopo la prima pubblicazione in Gazzetta ufficiale dello scorso 24 aprile, in quanto non è possibile agire da sostituti di imposta senza una stabile organizzazione operante nel territorio dello Stato. Il problema è stato risolto in fase emendativa, prevedendo per quegli operatori che non avessero una stabile organizzazione, la definizione di un rappresentante fiscale per ottemperare agli obblighi previsti. Ciò nonostante, permangono notevoli difficoltà operative e pratiche; innanzitutto, è stato previsto il versamento già a partire dal 17 luglio (il 16 è domenica) per i corrispettivi versati a giugno, obbligo difficilmente eseguibile in quanto a giugno mancavano i provvedimenti dell’Agenzia che spiegassero come agire. Inoltre, le principali difficoltà riguardano la natura dell’attività ricettiva (imprenditoriale o non imprenditoriale) che genera obblighi diversi in capo ai proprietari. Dovranno essere le amministrazioni comunali a chiarire i dubbi e a comunicare agli intermediari quale tipologia di attività è un’impresa e quale no, processo che porterà notevoli difficoltà vista l’eterogeneità delle leggi regionali sul tema

Imposta di soggiorno. Il problema dell’eterogeneità si ripresenta, in maniera ancora più significativa, per quanto riguarda l’imposta di soggiorno, balzello gravante sui turisti che pernottano negli appartamenti affittati. Ogni regione ha le proprie regole, sia in termini di importo che di modalità di versamento (a Roma si paga ogni tre mesi, a Milano mensilmente; sempre nella capitale l’importo è di 3,50 euro a persona a notte mentre a Genova è di un euro a notte; a Venezia si paga tutto in un unico cedolino, a Milano no). Sarà necessario un grande lavoro di coordinamento tra amministrazioni ed intermediari per poter permettere agli stessi di raccogliere l’imposta che, ai sensi della legge n. 96/2017, rappresenta una loro responsabilità.

Agenti immobiliari. E’ la categoria che riscontrerà i maggiori problemi pratici ed operativi. Paolo Righi, presidente della Federazione italiana agenti immobiliari professionali (Fiaip), è notevolmente preoccupato per gli effetti che le nuove disposizioni potranno avere. «Per prima cosa, facciamo un appello all’Agenzia delle entrate e ai legislatori: c’è l’obbligo di far partecipare le associazioni di categoria durante la fase di definizione delle norme, cosa che non è avvenuta.

Questo per conoscere il parere di chi ogni giorno opera sul campo e, magari, evitare delle incongruenze che si vengono a manifestare, come in questo caso.

Sono molte le preoccupazioni, è già nelle cose l’idea di fare una conferenza stampa congiunta tra la federazione e Airbnb per illustrare le nostre ragioni. Il provvedimento dell’Agenzia contenente le linee guida da seguire non ci soddisfa affatto; anzi, nello stesso c’è un rimando ad ulteriori specifiche tecniche che dovranno essere pubblicate, nonostante venga già richiesto di adempiere agli obblighi previsti. Provo un po’ di imbarazzo per questo modo di lavorare. Inoltre» continua Righi «noi stimiamo un costo aggiuntivo di 5 mila euro l’anno per ogni agente immobiliare; essendo circa 20 mila quelli che trattengono i corrispettivi, si profila un aggravio di circa 100 mln.

La conseguenza sarà quella di non trattenere più i canoni, cosa che molti agenti stanno già facendo, peggiorando il servizio per i cittadini, che si ritroveranno a dover svolgere un ruolo che fino ad oggi era svolto dalla categoria che rappresento. Inoltre, attendiamo da tempo una legge che definisca in maniera chiara le tipologie di attività ricettive; è necessario sapere quando un normale cittadino che intende mettere a reddito un immobile affittandolo in maniera occasionale diventa un impenditore, con tutti gli obblighi annessi, oppure possa svolgere la sua attività in maniera non imprenditoriale».

Michele Damiani

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