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Brexit, perché alla Ue non bastano le garanzie di Londra

Si terrà la settimana prossima qui a Bruxelles la seconda tornata negoziale tra la Gran Bretagna e l’Unione europea dedicata all’uscita del paese dalla costruzione comunitaria. Sul tavolo dei negoziatori, uno dei temi più sentiti: i diritti dei cittadini europei nel Regno Unito (3,2 milioni) e dei cittadini britannici nel resto dell’Unione (900mila). Su questo fronte, le parti hanno già illustrato le loro richieste e le loro condizioni. Le differenze sono almeno quattro.
«Il nostro obiettivo per quanto riguarda i diritti dei cittadini è di garantire lo stesso livello di protezione così come è prevista dalla legislazione europea. Rispetto alla posizione britannica sono necessarie maggiore ambizione, maggiore chiarezza, e maggiori garanzie», ha detto di recente il capo-negoziatore dell’Unione Michel Barnier. Le parti vogliono trovare entro ottobre un’intesa su questo tema così come sugli impegni finanziari della Gran Bretagna e sullo status delle nuove frontiere esterne dell’Unione.
In buona sostanza, le proposte britanniche prevedono che ai cittadini europei residenti da almeno cinque anni nel Regno Unito venga concesso un permesso di residenza permanente (si veda Il Sole 24 Ore del 27 giugno). Presentando la sua posizione negoziale, la premier Theresa May aveva parlato di «offerta giusta e seria». A Bruxelles c’è disaccordo, tanto che nel round negoziale previsto la settimana prossima le parti vorranno valutare le differenze e individuare il terreno comune.
Quattro le principali e sostanziali differenze emerse dall’analisi effettuata dalle autorità comunitarie in questi giorni. La prima riguarda il trattamento del partner che ha la nazionalità di un paese terzo. Secondo la legislazione comunitaria, questo gode dei pieni e uguali diritti del partner con la nazionalità europea. La proposta britannica prevede invece particolari condizioni finanziarie perché possa ottenere le prerogative assicurate al cittadino europeo.
Legato a questo aspetto è quello dei diritti dei famigliari. Secondo il Parlamento europeo, le proposte britanniche lasciano «grande incertezza» per quanto riguarda «i bambini nati dopo Brexit», ossia dopo il 2019. Secondo Londra, dopo l’uscita del paese, il ricongiungimento famigliare avverrà sulla base dei diritti dei cittadini britannici in questa fattispecie. A Bruxelles, l’ipotesi non piace perché si tratterebbe di una riduzione dei diritti comunitari che sono più generosi di quelli inglesi.
La seconda differenza riguarda la giurisdizione a cui affidare la soluzione delle diatribe giuridiche. La Commissione europea vuole che il mandato sia affidato alla Corte europea di Giustizia. La Gran Bretagna respinge questa ipotesi e chiede che responsabili siano i tribunali britannici. È una chiara esigenza di sovranità. Le parti cercheranno un compromesso, probabilmente con la nascita di un organismo di arbitrato. Composto da giudici o da diplomatici? Rimane ancora da capire.
Il terzo aspetto che provoca dubbi è la richiesta britannica di poter applicare la legge britannica all’accordo di divorzio. La condizione è comprensibile, ma qui a Bruxelles ci si chiede come la legislazione del Regno Unito potrà evolvere in futuro, e se sia possibile avere garanzie. Infine, le parti dovranno anche trovare una intesa sulle procedure amministrative a cui saranno soggetti i cittadini britannici ed europei. A Bruxelles si vogliono evitare costi troppo alti e trafile troppo lunghe.
Sempre sul fronte dei diritti dei cittadini si è espresso questa settimana il rappresentante del Parlamento europeo nei negoziati, l’ex premier belga Guy Verhofstadt. In un articolo pubblicato da The Guardian, ha spiegato che le proposte britanniche «gettano un velo nero sulla vita di milioni di europei, in preda all’incertezza più totale». Il deputato, capogruppo liberale a Strasburgo, ha sottolineato che c’è il rischio «di creare dei cittadini di seconda classe».

Beda Romano

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