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Super-parcella? Se meritata

In tempo di crisi che ha certamente avuto delle ripercussioni su tutte le libere professioni, il compenso all’avvocato diventa uno dei temi cruciali per l’esercizio della professione stessa, e quindi tre recentissime sentenze della Cassazione hanno posto l’accento sulla questione evidenziando, anzitutto, cosa sia da liquidare all’avvocato e, poi, in quale caso non sia configurabile una maggiorazione del compenso e, infine, il ruolo del Coa nella determinazione del compenso stesso.

Se non c’è diligenza non c’è maggiorazione del compenso. Non si riconosce la maggiorazione del compenso all’avvocato che ha operato con poca diligenza: è quanto affermato dai giudici della Corte di cassazione (sez. VI Civile – 2, ordinanza del 30 marzo 2017, n. 8288) che si sono espressi sul tema ai sensi dell’art. 5, comma 4, dm 8 aprile 2004, n. 127, evidenziando come, in ossequio anche ad un ormai consolidato orientamento dettato dalla giurisprudenza (si veda: Cass. 21 luglio 2011, n. 16040, Rv. 619695), la disposizione preveda una mera facoltà rientrante nel potere discrezionale del giudice, il cui mancato esercizio non sarà assolutamente denunciabile in sede di legittimità, se motivato. Nel caso sottoposto all’attenzione degli Ermellini la corte d’appello aveva condiviso il ragionamento del giudice di primo grado che aveva pensato di non riconoscere una maggiorazione del compenso a quell’avvocato che in ragione della mancanza di diligenza adoperata nel proprio ufficio, aveva svolto un’azione per lesione che risultava carente nella prospettazione dei suoi tipici presupposti fattuali.

Cosa liquidare all’avvocato. E circa le voci della nota spese che vanno liquidate all’avvocato, la stessa Corte di cassazione (sez. Lavoro, sentenza del 30 marzo 2017, n. 8258) ha sottolineato come sia opportuno considerare la voce relativa al diritto del professionista per «corrispondenza con il cliente» prevista dal n. 22 della Tabella B) dei diritti, allegata alla tariffa professionale di cui al dm 2004, n. 127. Infatti, è stato evidenziato dai giudici di piazza Cavour che la corrispondenza con il cliente «è oggetto di presunzione iuris tantum nei giudizi celebrati con il rito del lavoro, il quale impone la comparizione personale della parte interessata all’udienza di discussione e, quindi, induce a ritenere che sia stato assolto da parte del difensore il dovere di informare il cliente; ne consegue che per la liquidazione della corrispondente voce non è richiesta prova». Inoltre dovrà riconoscersi all’avvocato il diritto all’esame di ogni ordinanza perché la tariffa professionale forense, nel prevedere la relativa competenza (n. 15), la attribuisce «per la partecipazione a ciascuna udienza», senza operare distinzione tra «udienze di trattazione» e «udienze di semplice rinvio», contenuta invece nella tabella A) per gli onorari di avvocato (Cass. 3/09/2013, n.20147; Cass. 19/1/1994, n. 920). Lo stesso – hanno aggiunto gli Ermellini – sarà a dirsi per l’esame degli scritti difensivi avversi, perché la voce n. 11 della tariffa, prevedendo che il diritto di procuratore per l’esame degli scritti difensivi e della documentazione della controparte debba essere liquidato in misura fissa, impone, in sede di liquidazione, di prescindere dalla considerazione del numero dei documenti e degli scritti esaminati (cfr. Cass. 13/11/1982, n. 6055). Per quanto riguarda, poi, le attività successive al deposito della sentenza (esame dispositivo e testo integrale della sentenza, richiesta copie sentenza, accesso ufficio e ritiro, ritiro fascicolo), i giudici hanno affermato che tali voci, pur se relative ad attività svolte successivamente alla sentenza di primo grado, sono ad essa necessariamente consequenziali e, quindi, devono essere liquidate dal giudice di prime cure o, in mancanza, da quello d’appello.

Invero, la condanna al pagamento delle spese processuali comprende anche le spese conseguenti alla sentenza, la quale, pertanto, costituisce titolo esecutivo non soltanto per le somme liquidate, ma anche per le spese successive e necessarie per la realizzazione della volontà in essa espressa (cfr. Cass. Cass. 12/2/2014, n. 3259; Cass. 3/9/2013, n.20188). Tali spese dovranno tuttavia essere riconosciute nei limiti delle attività necessariamente conseguenti al deposito della sentenza, tra le quali non rientra la notificazione, in difetto di documentazione.

Il giudice non è vincolato dal Coa nella liquidazione delle spese. La sez. VI Civile – 1, ordinanza del 14 marzo 2017, n. 6517, ha evidenziato come in materia di liquidazione delle spese, diritti ed onorari di giudizio ex art. 28 e 29 legge n. 794 del 1942, il giudice non sia vincolato dal parere di congruità espresso dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati ma, nel caso in cui se ne discosti, allora sarà tenuto ad indicare, sia pure sommariamente, le voci per le quali ritiene il compenso non dovuto oppure dovuto in misura ridotta, al fine di consentire il controllo sulla legittimità della decisione»). Si è pertanto dichiarata la non vincolatività del parere del Coa.

Angelo Costa

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