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Bond, guida alla selezione

Con il Bund decennale che rende lo 0,30% lordo annuo e il Btp che si colloca poco sopra il 2%, il rischio di farsi male con i titoli di Stato è alto. Perché basterà un rialzo dei tassi nell’Eurozona, inevitabile visto che attualmente sono ai minimi storici, anche se non dietro l’angolo, per creare forti turbolenze sui portafogli degli investitori. Questo spiega l’attenzione crescente verso i bond societari, che in genere offrono rendimenti maggiori, ma a fronte di una maggiore rischiosità. Ecco perché è fondamentale capire gli elementi fondamentali di questi prodotti, in modo da non prendere rischi eccessivi rispetto al proprio profilo d’investimento.

La spinta dell’inflazione. Il ritorno dell’inflazione, nell’analisi di Emilio Franco, Cfa, vice direttore generale e responsabile investimenti Ubi Pramerica Sgr, è una delle ragioni che sta sostenendo soprattutto gli high yield, cioè i corporate bond che offrono rendimenti superiori alla media (gli investment grade) a fronte della minore solidità degli emittenti. In sostanza, con la Bce impegnata negli acquisti di titoli e la crescita economica che si consolida, riducendo così i fallimenti, l’indicazione è di puntare su quelle emissioni che offrono rendimenti in grado quanto meno di preservare il valore reale dell’investimento, vale a dire quello depurato dall’inflazione. Questo concetto, sottolinea Franco, vale a maggior ragione nella fase attuale, «nella quale i rendimenti assoluti sono molto compressi e, quindi, la capacità degli spread investment grade di assorbire un eventuale rialzo dei tassi di riferimento è sicuramente più bassa rispetto alle precedenti fasi storiche».

Alasdair Ross, responsabile investment grade Emea di Columbia Threadneedle Investments, vede opportunità interessanti anche in Italia, dove i titoli continuano a scontare le storiche criticità del Paese (a cominciare dalla bassa crescita e dall’enorme debito pubblico), ma beneficiano dell’accelerazione della crescita. L’esperto indica due preferenze: Italgas e Unicredit. Nel primo caso la fiducia nata dal fatto che l’utility, dopo la scissione da Snam, ha acquisito maggiore solidità. «Italgas ha un’importante produzione di cassa e inoltre il management è impegnato nella riduzione dei costi», sottolinea. Mentre per Unicredit la ragione è nell’accresciuta solidità dopo il recente aumento di capitale.

Usa, è l’ora della selezione. Guardando all’altra sponda dell’Atlantico, Jeremy Cunningham, investment specialist di Capital Group, vede ancora opportunità, ma con la raccomandazione di non farsi orientare nella scelta da previsioni macro, preferendo piuttosto concentrarsi sui fondamentali delle singole aziende. «Quando le prospettive sono incerte, è più ragionevole concentrarsi sui singoli titoli in portafoglio e valutare se dispongono o meno della solidità necessaria per superare le incertezze di breve termine», sottolinea l’esperto. Per il quale l’approccio tanto in voga oggi, di provare a stimare quando terminerà il ciclo del credito, può portare a risultati fuorvianti. «Le obbligazioni corporate statunitensi presentano uno spread rispetto ai titoli monetari e ai titoli di Stato che garantisce un reddito maggiore, mantenendo un profilo di rischio qualitativamente buono», sottolinea. Offrono inoltre rendimenti maggiori rispetto al debito equivalente emesso in Europa, dove la politica monetaria accomodante della Bce ha prodotto una fase prolungata di bassi rendimenti».

Entrando più nello specifico, Cunningham racconta di avere da poco aumentato l’esposizione al settore farmaceutico, agli alimentari e bevande, oltre che ai titoli del tabacco.

Emergenti, maneggiare con cura. Diverso il discorso per quel che riguarda i mercati emergenti. Su questo fronte vi sono titoli che offrono un rendimento del 7-8% e anche oltre, ma a patto di essere disposti a prendere un duplice rischio: l’eventualità di oscillazioni molto forti rispetto all’euro (vale per tutte le emissioni diverse dall’euro, ma a maggior ragione per i Paesi in via di sviluppo) e la possibilità che gli emittenti vadano in default (stesso discorso).

Per Sailesh Lad, gestore della strategia Ava Im Emerging Markets Short Duration Bonds, è l’ora di prendere rischi, ma senza esagerare. Così ad esempio l’esperto vede opportunità in Brasile, dove gli spread si sono ampliati a causa delle tensioni sociali da tempo in atto, ma limita il suo orizzonte d’investimento alle imprese orientate alle esportazioni, destinate a beneficiare dell’indebolimento della valuta brasiliana.

Lo scenario è invece ricco di incognite in Cina, soprattutto dopo che Moody’s ha abbassato di un gradino il giudizio di merito sul debito della prima economia asiatica. Molti analisti e gestori hanno lanciato l’allarme sulle emissioni di Pechino, soprattutto perché la decisione dell’agenzia di rating fa esplicito riferimento al fatto che il debito sta salendo eccessivamente rispetto alla crescita del prodotto interno lordo e che le riforme previste non saranno in grado di diminuire il tasso crescente di leva finanziaria il quale comincia a diventare in alcuni casi insostenibile.

I rischi globali. Non manca chi, infine, vede nel mercato internazionale dei corporate bond una bolla destinata prima o poi a scoppiare, con effetti potenzialmente più dirompenti di quella dei famigerati mutui subprime. In Italia i corporate bond ammonterebbero a circa 1.200 miliardi di euro, il doppio del livello raggiunto nel 2007. In Europa si è secondi solo alla Germania che ha un’economia più forte. Il ricorso al debito è un sintomo di salute per le aziende che puntano a investire massicciamente in attesa di un’impennata della domanda, ma se si esagera, può esporre a improvvisi rovesci. Soprattutto quando terminerà l’azione ultraccomodante da parte della Bce.

Luigi dell’Olio

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