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Tra 10 giorni il piano Mittal Gualtieri: “Su Ilva lo Stato c’è”

ROMA — Altri dieci giorni. Quella della ex Ilva continua ad essere una storia di tempo comprato. Dieci giorni sono quanto chiesto dall’amministratore delegato dell’azienda, Lucia Morselli, per presentare il piano industriale con il quale tentare il rilancio della più grande acciaieria d’Europa. La Morselli ha indicato la scadenza ieri, durante la videoconferenza con il governo (i ministri dell’Economia, Gualtieri, dello Sviluppo Economico, Patuanelli, del Lavoro, Catalfo) e con i leader nazionali di Fiom, Fim e Uilm. Al documento stanno lavorando negli uffici londinesi del gruppo ArcelorMittal, dove il precipitare del caso Ilva ha spiazzato un pò tutti visto che si è ancora alle prese con gli effetti dell’emergenza Covid. «Ci stanno dicendo che hanno bisogno di dieci giorni per presentare il piano – ha spiegato Gualtieri nel suo intervento alla videoconferenza – a me sembra una proroga ragionevole. Abbiamo prorogato tantissime cose per il Covid ». E facendo sostanzialmente professione di ottimismo, Gualtieri ha sottolineato come, per il governo, «contino i fatti. Ho sentito a questo tavolo – ha aggiunto – che Mittal vuole andare avanti presentando il piano: lo Stato è disponibile a intervenire direttamente e indirettamente per avere un’Ilva forte, che produca tanto, che sia leader mondiale, che abbia 10.700 occupati, con pieno titolo anche nelle linee del lavoro della Ue». Insomma, la partnership pubblico-privata e green prefigurata nell’accordo in Tribunale tra ArcelorMittal e commissari straordinari raggiunto il 4 marzo scorso e che la bufera del coronavirus ha scompaginato fino a rendere più che plausibile il disimpegno del gruppo siderurgico franco- indiano (consentito, peraltro, da una clausola del valore di 500 milioni prevista proprio da quell’accordo). «Da febbraio e fino al 10 marzo quando c’è stato il violento ingresso del Covid – ha detto ancora la Morselli – abbiamo raddoppiato la produzione su base giornaliera, perché intenzione di Mittal era di fare grande questa azienda. Lo era, abbiamo firmato un accordo, e tale rimane».
Proclami e rassicurazioni da entrambi i fronti, dunque, ma a questo punto bisognerà vedere cosa ci sarà scritto esattamente nel piano industriale, in particolare per quanto riguarda il perimetro occupazionale dell’Ilva: non sfugga, infatti, che attualmente sono in cassa integrazione 4900 operai, appena cento in meno dei 5000 esuberi accreditati ai progetti di Arcelor-Mittal. Nel testo dell’accordo di marzo, ArcelorMittal si impegnava «ad impiegare» alla fine del piano industriale 2020-2025 «il numero complessivo di 10.700 dipendenti », ma sempre in quel documento era scritto il «31 maggio 2020» come termine per trovare un’intesa con i sindacati allo scopo di utilizzare anche la Cigs fino al raggiungimento della «piena capacità produttiva ». Difficile immaginare il rispetto della scadenza di fine maggio, visto che l’azienda (e anche il governo) una trattativa con i sindacati non l’hanno nemmeno iniziata. «È impensabile che ci vengano solo date informazioni su decisioni prese da altri- ha protestato in videoconferenza la leader della Fiom, Francesca Re David – . Non ci stiamo a essere chiamati solo per gestire esuberi e cassa integrazione ». Marco Bentivogli, leader della Fim, ha ribadito che il metro di comparazione può essere solo l’accordo di settembre 2018: «L’unico che abbiamo firmato. Se l’azienda non dà segnali di coerenza con la volontà di ripartire, tutto ciò che si scrive, anche tra dieci giorni, rischia di non essere credibile per la prospettiva». Infine Rocco Paolombella, leader Uilm: «Se il vostro piano è quello dei sogni o di impegni irrealizzabili, con assetti societari misti e futuribili, siamo di fronte al disastro occupazionale, economico e ambientale. Serve una legge speciale per l’Ilva». Dopo le 4 ore di sciopero ieri, la mobilitazione degli operai va avanti.
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