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Cig e fondi Ue, nuovo deficit fino a 50 miliardi in più tranche

 

Il decreto che accelera i tempi della cassa integrazione per evitare il rischio di buchi ad agosto dà una spinta ulteriore al nuovo aumento di deficit che già si è affacciato nei programmi del governo. Perché il provvedimento approvato ieri non stanzia nuovi fondi (non ce ne sono), ma modifica il calendario e accorcia quindi la coperta tessuta con i decreti di marzo e maggio. Anche la cassa, insomma, spinge per un nuovo ritocco all’insù del deficit, che servirà anche per rifinanziare il fondo di garanzia per le Pmi perché le richieste di prestiti stanno «aumentando in modo esponenziale», come indicato dal ministro dell’Economia Gualtieri. In coda poi ci sono Comuni e Regioni, che lamentano un fabbisogno aggiuntivo intorno ai 7 miliardi, c’è la scuola, la cui riapertura è appesa ai finanziamenti necessari per ripartire in sicurezza oltre che all’appuntamento elettorale, il turismo, l’automotive, il tessile, la ceramica e gli altri settori in crisi.

In questo scenario, i conti andranno ritoccati già nelle prossime settimane, con uno scostamento che secondo le prime ipotesi potrebbe valere almeno 10 miliardi. Ma questa mossa non sarà l’unica. Perché l’Italia ha già avviato la pratica per ottenere i fondi del Sure, e al centro della scena resta il Mes nonostante le dichiarazioni attendiste ripetute ogni giorno dal premier per non mettere altro sale sulle ferite della maggioranza. E in entrambi i casi si tratterebbe di prestiti. Quindi di nuovo deficit.

Il ricorso a entrambi i fondi farebbe lievitare la cifra iniziale sopra quota 50 miliardi, arrivando a sforare anche i 60 miliardi se Roma decidesse di utilizzare integralmente le risorse messe a disposizione dai due strumenti comunitari. Non tutto potrebbe andare in indebitamento, perché una quota potrebbe essere utilizzata per sostituire risorse “nazionali” già stanziate. Ma il grosso servirebbe in ogni caso per nuove spese. I numeri definitivi sono ancora da decidere, e soprattutto è da definire il calendario degli scostamenti che balla su un equilibrio delicato fra sostenibilità economica e politica. Perché l’idea di spostare a inizio 2021 una parte significativa di queste ulteriori richieste di prestiti limiterebbe l’impatto su un deficit 2020 già stimato al 10,4% con ulteriori rischi di rialzo dettati dal ciclo. E l’anno prossimo il rimbalzo dell’economia atteso dai calcoli ufficiali darebbe più spazio; non troppo, però, perché il deficit atteso nel 2021 è del 5,7%, e il governo punta comunque a riavviare il percorso di discesa del debito atteso dai mercati e chiesto dai partner comunitari. Per l’anno prossimo, inoltre, c’è tutta una manovra da finanziare, e la prima rata del Recovery Fund al centro delle discussioni comunitarie non potrà dare che una mano molto parziale.

Soprattutto, accanto alle esigenze del bilancio ci sono quelle di un’economia che fin qui ha assorbito gli interventi emergenziali in modo decisamente più intenso di quanto ipotizzato nelle prime fasi della crisi. Nonostante i 75 miliardi di deficit aggiuntivo già messi in circolo fra marzo e maggio, l’agenda indica un decreto sblocca-opere al momento privo di finanziamento e un calendario fiscale atteso alla prova della ripresa dei versamenti. Lo stesso Gualtieri ha indicato come ipotesi di lavoro il solo allungamento del piano di rientro oggi disegnato dalle quattro rate mensili fra settembre e dicembre per Iva, ritenute e contributi fermati a marzo, aprile e maggio. Ma le rate hanno un ritmo così concitato proprio per i problemi di copertura: perché far slittare al 2021 anche solo una o due quote imporrebbe di trovare risorse aggiuntive sui conti di quest’anno.

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