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Il non incassato porta liquidità

Le società che detengono crediti deteriorati, in presenza di perdite fiscali non utilizzate o eccedenze Ace riportate a nuovo, possono cederli entro il 31 dicembre 2020 per ottenere crediti d’imposta utilizzabili in compensazione, cedibili o richiedibili a rimborso, assicurandosi liquidità necessaria a fare fronte all’emergenza in atto. L’art. 55 del dl n. 18/2020 (cosiddetto «Cura Italia») introduce un nuovo regime di trasformazione delle attività per imposte differite (Dta o Deferred tax assets) in crediti d’imposta, integralmente riscrivendo l’art. 44-bis del dl n. 34/2019, norma originariamente volta ad agevolare le aggregazioni societarie nel Mezzogiorno.

La nuova disciplina prevede che la cessione onerosa di crediti pecuniari, commerciali o finanziari, vantati nei confronti di soggetti inadempienti, considerati tali quando il mancato pagamento si protrae per oltre 90 giorni dalla data di scadenza, qualora effettuata entro il 31 dicembre 2020 consente di trasformare in crediti di imposta le Dta, ancorché non iscritte in bilancio e nei limiti del 20% del valore nominale dei crediti ceduti, relative a perdite fiscali ancora computabili in diminuzione del reddito ex art. 84 Tuir e le eccedenze Ace di cui all’art. 1, comma 4, dl n. 201/2011, purché non ancora dedotte né fruite alla data di cessione. La norma prevede importanti limitazioni relative a:

(i) imprese in stato o rischio di dissesto (art. 17, dlgs n. 180/2015) o stato d’insolvenza in base alla legge fallimentare o al codice della crisi d’impresa, nonché

(ii) cessioni di crediti infragruppo ex art. 2359 c.c.

Le cessioni di crediti rilevano fino a un importo massimo di 2 miliardi, determinato sommando tutte le cessioni effettuate entro il 31 dicembre 2020 dalle società tra loro legate da rapporti di controllo in base all’art. 2359 c.c. e dalle società controllate, anche indirettamente, dallo stesso soggetto.

La relazione illustrativa indica un’esemplificazione del meccanismo di calcolo. Se una società cede crediti per un miliardo di valore nominale, i componenti a livello di perdite fiscali e di eccedenze Ace saranno al massimo pari al 20%, ovvero 200 milioni. Considerata quindi un’aliquota Ires del 24% (27,5% per gli intermediari finanziari), il credito d’imposta di cui si potrà beneficiare sarà pari a 48 milioni.

È importante rilevare che le Dta su perdite fiscali ed eccedenze Ace possono essere trasformate in credito d’imposta anche se non iscritte in bilancio, per esempio perché non si è superato il probability test di cui allo Ias 12 (capacità di generare in futuro redditi imponibili in grado di assorbire le Dta).

La trasformazione in credito d’imposta avviene alla data di efficacia della cessione dei crediti, la quale può avvenire sia pro soluto sia pro solvendo, sebbene quest’ultima ipotesi sembri di più complessa applicazione. Si ritiene che la cessione debba avvenire a fronte di un corrispettivo in danaro, dal momento che qualsiasi trasferimento a diverso titolo, sebbene assimilabile ad una cessione a titolo oneroso ai fini delle imposte sul reddito (e.g. apporti a Oicr), frustrerebbe la finalità di generazione di liquidità insita nella norma in esame.

Non si rinvengono limitazioni circa la possibilità di cedere a sconto i crediti deteriorati, con la precisazione che il limite di 2 miliardi andrà calcolato sempre con riferimento al valore nominale dei crediti ceduti.

Vi è il dubbio legato alla possibilità di inserire nel computo delle perdite fiscali e delle eccedenze Ace cui si devono riferire le Dta anche quelle in via di formazione nel periodo d’imposta attualmente in corso. Sebbene la ratio agevolativa della disposizione faccia ipotizzare la computabilità (anche) di tali posizioni soggettive, la lettera della norma (che fa riferimento a posizioni già cristallizzate alla data di cessione) pare ostacolare tale interpretazione, con la conseguenza che le perdite fiscali che assai probabilmente si genereranno nel corso del 2020 non potranno essere utilmente usufruite dai contribuenti.

Ulteriore criticità della norma attiene alle perdite generatesi all’interno di un consolidato fiscale, ipotesi assai ricorrente per i gruppi, in specie quelli bancari, cui la disposizione è principalmente rivolta.

In tali casi, infatti, le perdite fiscali generatesi a livello di società consolidate vengono apportate al consolidato e possono essere utilizzate esclusivamente dalla consolidante a compensazione del reddito imponibile complessivo del gruppo. In assenza di una previsione che consideri tale fattispecie, è da ritenersi che le predette perdite non consentano una trasformazione delle correlate Dta in crediti d’imposta, sebbene siano generalmente le società consolidate a detenere i crediti deteriorati la cui cessione origina il meccanismo di conversione.

Quanto alla modalità di esercizio dell’opzione (entro la chiusura dell’esercizio in corso alla data di efficacia della cessione dei crediti), l’art. 55 del Cura Italia rimanda espressamente all’art. 11 del dl n. 59/2016. Tale disposizione è stata illustrata dall’Agenzia delle entrate con la circolare n. 32/2016, che chiarisce come, per porre rimedio a rilievi europei circa la qualificabilità della misura in aiuto di stato (essendo la norma del 2016 indirizzata essenzialmente agli intermediari finanziari), la trasformabilità in credito d’imposta della quota di Dta qualificate cui non corrisponde un effettivo pagamento di imposte anticipate (Dta di tipo 2) è garantita solo qualora venga corrisposto un canone annuo su tali Dta, quantificato nell’1,5% su una base imponibile rappresentata sostanzialmente dalla differenza tra imposte anticipate e imposte versate.

Nel caso di specie occorre considerare che le stime di gettito contenute nella relazione tecnica includono anche le entrate derivanti dal versamento del canone annuo, con ciò implicitamente propendendo per l’applicabilità dello stesso.

Sennonché, considerando che la disciplina del decreto Cura Italia ha natura generale e non selettiva, non essendo soggettivamente circoscritta a intermediari finanziari, e che la stessa è finalizzata a mitigare la crisi di liquidità generalizzata derivante dalla pandemia da Covid-19, anche la ratio del pagamento del canone annuo appare sfumare e venir meno, giacché la misura rientrerebbe nel novero delle misure compatibili automaticamente con il diritto unionale (art. 107 par. 2, lett. b), Tfue). Il rimando all’art 11 del dl n. 59/2016, pertanto, potrebbe leggersi come esclusivamente procedurale. È certamente auspicabile un intervento chiarificatore sul tema.

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