20.09.2022 Icon

Mutuo “solutorio”: è nullo?

La Corte di Cassazione torna a pronunciarsi sulla facoltà di stipulare un contratto di mutuo al fine di ripianare pregresse poste debitorie nei confronti della banca, con la sentenza n. 23149 del 25.07.2022 stabilendo come: “la concessione di un mutuo c.d. “solutorio” possa nel singolo caso celare un atto in frode dei creditori o un mezzo anomalo di pagamento: ma in tali casi l’atto sarà nullo o revocabile per questa ragione, e non perché sia stato concesso allo scopo di saldare un debito pregresso”.

Così la Suprema Corte prende definitivamente le distanze dall’indirizzo interpretativo precedentemente assunto secondo cui: “quando l’intero mutuo sia destinato a ripianare un debito pregresso, tale operazione andrebbe qualificata non come un contratto autonomo, ma come una mera dilazione del termine di pagamento del debito preesistente, o pactum de non petendo che dir si voglia (così Sez. 1 – , Ordinanza n. 20896 del 05/08/2019, Rv. 655022 – 01 e Sez. 1 -, Sentenza n. 1517 del 25/01/2021, Rv. 660370 – 01, ambedue dovute al medesimo estensore)”.

Tale tesi era fondata sul presupposto che il mutuo “solutorio” costituisca un pactum de non petendo (accordo per la dilazione del pagamento), che non comporterebbe uno spostamento di denaro dal patrimonio del mutuante a quello del mutuatario.

La pronuncia odierna, invece, discostandosi dall’orientamento precedente, pone in evidenza come nel contratto di mutuo la disponibilità della cosa mutuata deve essere giuridica e non fisica, con la conseguenza che l’accredito in conto corrente è sufficiente a tale scopo.

Tra le altre ragioni poste a fondamento del principio a cui è pervenuta la Cassazione vi è anche il fatto che utilizzare denaro ricevuto in prestito per estinguere un debito pregresso elide una posta negativa del patrimonio del mutuatario, comportando un mutamento della consistenza patrimoniale e dunque uno “spostamento di denaro”, non già una dilazione di pagamento. 

In aggiunta, sostenere che il mutuo solutorio esuli dalla “natura tipologica” del contratto di mutuo perché si riduce ad una “partita contabile” sarebbe una evidente forzatura, visto che nell’epoca dei pagamenti elettronici qualsiasi adempimento si riduce ad una “partita contabile”.

Da ultimo, qualificare il mutuo “solutorio” come dilazione del pagamento non riconoscerebbe e, al tempo stesso, lederebbe la libertà negoziale delle parti, essendo il ricorso a tale tipologia contrattuale, in luogo di altre, proprio la manifestazione di tale principio.

In sostanza, la novazione oggettiva e la dilazione di pagamento sono istituti previsti dall’ordinamento a cui le parti possono tranquillamente ricorrere, ma laddove decidano di non farlo e di utilizzare invece un mutuo solutorio, ciò costituisce pieno esercizio di una loro facoltà tutelata dall’ordinamento. In conclusione, aderendo alla tesi della Corte d’Appello di Torino, la Cassazione ha ritenuto il mutuo stipulato per sanare una precedente situazione debitoria nei confronti della Banca mutuataria pienamente valido ed efficace e non qualificabile come pactum de non petendo.                                                                                                                                                                                                                                                      

Autore Costanza Riva

Associate

Milano

c.riva@lascalaw.com

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