01.07.2022 Icon

Manifesta o non manifesta?

Il datore di lavoro si opponeva alla reintegrazione di un lavoratore, che era stato licenziato per giustificato motivo oggettivo.

Il Giudice del lavoro del Tribunale di Ravenna, trovandosi a decidere su tale opposizione, sollevava questione di legittimità costituzionale dell’articolo 18, settimo comma, secondo periodo, della legge 20 maggio 1970, n. 300.

Le censure del rimettente si concentravano sulla disciplina del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, nella misura in cui viene richiesto il carattere manifesto dell’insussistenza del fatto, ai fini della reintegrazione del lavoratore ingiustamente licenziato.

Nello specifico, lamentava la violazione di ben cinque articoli della Costituzione, tra cui primeggia l’articolo 3, dedicato all’uguaglianza.

A fronte del dato testuale univoco, unito ad una giurisprudenza di legittimità consolidata, il giudice a quo ha escluso la possibilità di un’interpretazione adeguatrice e rimesso la questione alla Corte costituzionale.

Ad avviso di quest’ultima, il fulcro delle censure sollevate dal giudice a quo risiede nell’ampio potere discrezionale che viene conferito alla figura del giudice, chiedendogli di valutare la reintegrazione di un lavoratore ingiustamente licenziato, sulla base di un’insussistenza del fatto che risulti “manifesta”.

A detta del rimettente, difatti, vengono in tal modo attribuiti al giudice poteri insondabili ed insindacabili, privi di un riferimento concreto e specifico, dando adito – di conseguenza – a molteplici incertezze applicative.

La Corte costituzionale ribadisce, in tale sede, di essere stata costante nell’affermare il diritto del lavoratore di non essere ingiustamente licenziato, sulla base dei principi enunciati dagli articoli 4 e 35 della Costituzione e sulla speciale tutela riconosciuta al lavoro, in tutte le sue declinazioni, in quanto caposaldo dell’ordinamento repubblicano (articolo 1 della Costituzione).

In quest‘ordine, i rimedi previsti dalla legge debbono tutti, sebbene diversi, assicurare l’adeguatezza delle tutele nei confronti del lavoratore illegittimamente espulso.

Tali principi, a detta della Corte, non vengono rispettati dalla normativa in esame.

Il requisito del carattere “manifesto”, associato all’insussistenza del fatto, apre ad incertezze applicative che possono condurre a soluzioni difformi, con conseguenti ingiustificate disparità di trattamento.

La valutazione del giudice viene sfornita di un criterio direttivo specifico e pertanto esposta alla discrezionalità.

Oltretutto, il criterio in esame risulta irragionevole, in quanto non legato al disvalore del licenziamento ma alla facilità con cui si accerta in giudizio l’insussistenza del fatto.

Da ultimo, la Corte ha sottolineato come l’accertamento della sussistenza o non sussistenza del fatto sia di per sé difficile da accertare e l’aggettivo manifesta non fa che aggravare il quadro processuale in modo sproporzionato.

Per questi ed altri motivi, la Corte costituzionale ha così dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 18, settimo comma, secondo periodo, della legge n. 300 del 1970, come modificato dalla cd. Riforma Fornero, limitatemene alla parola “manifesta”.

Corte Cost., 19 maggio 2022, n. 125

Francesca Lorenzi – f.lorenzi@lascalaw.com

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