03.06.2022 Icon

L’usura e l’anatocismo su mutuo visti dalla Capitale

Il Tribunale di Roma ha recentemente affrontato le più frequenti contestazioni mosse dai mutuatari nei confronti degli istituti di credito aventi ad oggetto l’asserita usurarietà delle pattuizioni presente nei contratti di mutuo.

Innanzitutto, il Giudice del foro capitolino ha ribadito, richiamando sul punto il dettato della Suprema Corte a Sezioni Unite (n. 19597/20), l’assoggettabilità degli interessi di mora alla normativa antiusura e, di conseguenza, ha ripercorso i criteri che debbono presiedere alla verifica di un loro possibile sforamento dei tassi soglia normativamente determinati.

Ebbene, il Tribunale ha chiarito nuovamente che “il tasso soglia applicabile agli interessi di mora sarà dato dal T.e.g.m., incrementato della maggiorazione media degli interessi moratori, moltiplicato per il coefficiente in aumento e con l’aggiunta dei punti percentuali previsti, quale ulteriore margine di tolleranza, dal quarto comma dell’art. 2 della l. n. 108 del 1996.”; ciò significa che – giusta indagine statistica condotta dalla Banca d’Italia e richiamata nei decreti ministeriali che, trimestralmente, determinano i tassi oltre il quale le pattuizioni risultano usurarie – per individuare il tasso soglia sarà necessario maggiorare di 2,1 punti percentuali, quantomeno sino al 31 dicembre 2017, il TEGM, per poi calcolare la soglia partendo dal risultato ottenuto.

In tal modo si garantisce il rispetto del principio di omogeneità del raffronto che si evince da numerose pronunce della Suprema Corte.

Inoltre, il Giudice ha avuto modo di precisare, altresì, se mai ve ne fosse ancora bisogno (visto l’ormai granitico orientamento giurisprudenziale sul punto) che il TEG, da parametrare al tasso soglia, non potrà ottenersi mediante sommatoria del tasso corrispettivo e del tasso di mora, posto che tale operazione è frutto di un’assurdità logica prima ancora che giuridica, tenuto conto che gli interessi moratori (che peraltro svolgono una funzione differente da quelli corrispettivi, questi ultimi destinati a remunerare il mutuante per il credito concesso) non sono mai destinati ad essere applicati congiuntamente agli interessi corrispettivi, bensì vanno a sostituirvisi.

“La sommatoria resta del tutto ingiustificata anche in presenza della clausola contrattuale, comune nei contratti di mutuo, che prevede nell’ipotesi di ritardato pagamento l’applicazione del tasso moratorio sull’intero importo delle rate scadute, quindi sia sulla quota capitale sia sulla quota interessi, poiché tale meccanismo propriamente non comporta alcuna sommatoria di tassi in quanto la base di calcolo, alla quale si applica il solo interesse moratorio, rimane cristallizzata nell’importo della singola rata.”

Il Tribunale ha colto l’occasione anche per smentire, per l’ennesima volta, l’infondatezza del T.E.MO., indice sconosciuto alla normativa e la cui modalità di conteggio risulta priva di fondamento, atteso che la previsione contrattuale degli interessi moratori concerne la mera ipotesi, “patologica ed eventuale”, di un ritardato pagamento delle rate ed è riferita ad una fattispecie differente rispetto alla fisiologia del contratto, avendo gli interessi di mora natura risarcitoria.

Alle medesime conclusioni è giunto anche in tema di inclusione della commissione di estinzione anticipata nel calcolo del TEG, dato che, corrispondendo la stessa ad un diritto potestativo esercitato a discrezione del mutuatario, che prescinde da un inadempimento (“l’atto di recesso non costituisce, né presuppone, un inadempimento del recedente, il quale esercita un suo diritto”), tale voce di costo non costituisce né un interesse né una penale e quindi non rientra fra i costi connessi alla concessione del credito, ma costituisce piuttosto una multa penitenziale ex art. 1373 c.c., ovvero la remunerazione che il mutuatario si impegna a riconoscere a favore dell’istituto di credito per l’esercizio del potere di recesso.

Ribadendo, poi, con un’articolata ed esaustiva motivazione, anche l’infondatezza della ormai nota tesi che vuole attribuire la presenza di un illegittimo anatocismo insito nei piani di ammortamento alla francese, il Tribunale ha colto l’occasione per chiarire che “sul piano generale, si deve osservare che quando si fa riferimento a concetti tratti dalla matematica finanziaria è necessario che degli stessi sia esplicitato il riferimento giuridico e che sia individuabile un risultato giuridicamente rilevante conseguente alla loro applicazione. In difetto tale riferimento si risolve nell’impropria invocazione dell’autorità, su una questione eminentemente giuridica, di conclusioni che si assumono scientificamente fondate in un altro ambito del sapere. In sostanza l’approccio all’anatocismo bancario proposto da parte attrice trascura il dato normativo, che si riferisce esclusivamente alla produzione di interessi sugli interessi scaduti (art. 1283 c.c.: “gli interessi scaduti possono produrre interessi solo […]”, art. 120 comma 2 T.U.B.: “gli interessi debitori maturati […] non

possono produrre interessi ulteriori”). È evidente infatti che manca il presupposto essenziale dell’anatocismo, un pregresso debito per interessi sul quale si possa ipotizzare la produzione di ulteriori interessi; mentre nessuna rilevanza si può attribuire alla maggiore gravosità del piano di ammortamento determinata dal fatto che gli interessi sono esigibili via via che maturano nel corso dell’ammortamento del mutuo e non al momento della sua estinzione, e dal fatto che la banca non è obbligata a far credito al mutuatario anche del loro importo

ma al contrario può fare propria, dal momento in cui il mutuatario è obbligato a corrisponderli, la naturale fecondità del corrispondente importo monetario, che le è reso disponibile per altri impieghi.”

Il fenomeno non ha nulla a che vedere con l’anatocismo, ma costituisce una conseguenza naturale delle modalità determinate nel contratto per l’adempimento dell’obbligazione da parte del mutuatario, non sussistendo alcun divieto di prevedere l’esigibilità immediata degli interessi maturati nel corso dell’ammortamento (v. art. 1820, art. 2948 n. 4 c.c., che dettano discipline specifiche dell’obbligazione di pagamento degli interessi).

Chiosa finale sulla rilevabilità d’ufficio dell’usurarietà. Il Tribunale ha sì, da un lato, sottolineato la possibilità di rilevare d’ufficio le clausole che prevedono un tasso di interesse usurario, ma ha, dall’altro lato, precisato che ciò presuppone necessariamente la tempestiva allegazione degli elementi di fatto da cui la nullità deriverebbe e ha sancito chiaramente che tale onere spetta a chi intenda far valere tale nullità in giudizio, dovendo la pronuncia di invalidità basarsi sul medesimo “quadro di riferimento concretamente delineato dalle allegazioni delle parti, e non su fatti nuovi, implicanti un diverso tema di indagine e decisione (Sez. 1, Sentenza n. 350 del 09/01/2013, Sez. 2, Sentenza n. 13846 del 13/06/2007); tale allegazione deve essere tempestiva (…) e deve essere corredata dalla specifica deduzione del fatto, che è riservata alla parte, non potendo il giudice procedere autonomamente alla ricerca, sia pure nell’ambito dei documenti prodotti in atti, delle ragioni che potrebbero fondare la domanda o l’eccezione, pur rilevabile d’ufficio”.

Il Tribunale, dunque, ha concluso rigettando le domande formulate dai mutuatari.

Tribunale di Roma, Sentenza n. 8544/22 (26 maggio 2022)

Andrea Maggioni – a.maggioni@lascalaw.com

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