15.07.2022 Icon

La Cassazione torna a pronunciarsi sul tema della ripartizione dell’onere della prova

Con una recentissima ordinanza, la Prima Sezione Civile, riafferma come nell’azione di ripetizione dell’indebito il correntista – attore è gravato dall’onere di provare i fatti costitutivi del proprio diritto, ovverosia l’avvenuto pagamento e l’inesistenza di una causa giustificativa.

Ebbene, la giurisprudenza di legittimità è consolidata nel ritenere che l’onere di allegazione gravante sull’istituto di credito che, convenuto in giudizio, voglia opporre l’eccezione di prescrizione al correntista che abbia esperito l’azione di ripetizione di somme indebitamente pagate nel corso del rapporto di conto corrente assistito da apertura di credito “è soddisfatto con laffermazione dellinerzia del titolare del diritto, unita alla dichiarazione di volerne profittare, senza che sia necessaria lindicazione delle specifiche rimesse solutorie ritenute prescritte” . (Sez. U, n. 15895 del 13/06/2019)

Nella pronuncia in commento è stato dunque chiarito che “la decorrenza della prescrizione è condizionata al carattere solutorio, e non meramente ripristinatorio, dei versamenti effettuati dal cliente, e matura sempre dalla data di pagamento, qualora il conto risulti in passivo e non sia stata concessa al cliente unapertura di credito, oppure i versamenti siano destinati a coprire un passivo eccedente i limiti dellaccreditamento” e ne discende che sia onere del cliente provare l’esistenza di un contratto di apertura di credito che qualifichi quel versamento come mero rispristino della disponibilità accordata.

Sul punto, la Suprema Corte, ha ribadito inoltre che l’azione di ripetizione di indebito proposta dal cliente nei confronti di una banca, è soggetta all’ordinaria prescrizione decennale, la quale decorre, nell’ipotesi in cui i versamenti abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, non dalla data di annotazione in conto di ogni singola posta di interessi ovvero di altra rimessa illegittimamente addebitata, ma dalla data di estinzione del saldo di chiusura del conto, in cui gli interessi o la rimesse non dovute sono state registrate.

D’altronde, proseguiva l’ordinanza in parola “Ne consegue che l’affermazione contenuta nella sentenza impugnatasecondo cui spetta alla banca l’onere di dimostrare la natura solutoria delle singole rimesse e il contratto di apertura di credito, al fine dell’accoglimento dell’eccezione di prescrizione sollevata nei confronti della domanda di ripetizione dell’indebito, è giuridicamente errata e determina la cassazione della sentenza impugnata.

Ma ancora, la Suprema Corte, ha precisato che “l’accertamento di un fido di fatto non è sufficiente ai fini della qualificazione delle rimesse come ripristinatorie o solutorie, ma occorre invece accertare la stipula, sia pure per facta concludentia, di un vero e proprio contratto di apertura di credito, non essendo sufficienti gli sconfinamenti avvenuti per mera tolleranza”; a ciò ha anche aggiunto che l’accertamento della sussistenza dell’apertura di credito comporta anche la definizione del limite della stessa, oltre il quale la rimessa ha comunque carattere solutorio, “statuizione invece mancante nella sentenza impugnata, come correttamente rilevato dalla banca ricorrente”.

Sulla base di tali premesse, la Corte Suprema di Cassazione ha accolto i motivi di ricorso proposti dall’istituto di credito e cassato la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’Appello competente.

Cass., 20 giugno 2022, n. 19844

Autore Angela Iadanza

Associate

Milano

a.iadanza@lascalaw.com

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