20.09.2022 Icon

Il danno morale in caso di errore sanitario va sempre provato

Il danno non patrimoniale può essere definito come la lesione di un interesse protetto dall’ordinamento non immediatamente quantificabile dal punto di vista economico, come, ad esempio, la sofferenza psico-fisica e il peggioramento della qualità della vita di una persona. 


Il tema, invero molto complesso, è sempre attuale ed al centro di importanti dibattiti giurisprudenziali, soprattutto per quanto attiene alla liquidazione del danno. 
Precisamente, a partire dalla nota sentenza n. 901 del 2018 della Corte di Cassazione, il danno non patrimoniale è caratterizzato da una duplice componente: il danno dinamico-relazionale, e vale a dire l’incidenza di una menomazione permanente sulle abilità della vittima nello svolgimento delle attività quotidiane, e il danno morale, ossia la sofferenza personale di natura strettamente emotiva. 
Quest’ultimo, però, costituisce voce autonoma di danno rispetto al danno dinamico-relazionale, e pertanto va opportunamente dimostrato. 
È proprio quanto accaduto ad un paziente che, dopo aver subito importanti danni cronici a seguito di un errato trattamento radioterapico, ha agito nei confronti della struttura sanitaria per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti. 
Benché il giudice di primo grado avesse accertato la responsabilità dei convenuti, la sentenza non ha tenuto in considerazione il danno morale vantato dal paziente. La Corte d’appello, in parziale accoglimento del gravame, ha ritenuto che la somma ricevuta a titolo di risarcimento dovesse considerarsi satisfattiva di tutte le pretese attoree, e che il continuo dolore fisico patito, essendo sfornito di ulteriori elementi probatori, doveva essere ricompreso nell’ambito di quanto già ottenuto dal paziente. 
La terza sezione civile della Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 26805 del 12 settembre 2022, ha ribadito che il danno morale, inteso come sofferenza soggettiva di natura strettamente emotiva e non fisica, costituisce una voce risarcitoria autonoma del danno non patrimoniale, il cui accertamento compete al giudice di merito. Sotto questo profilo occorre dimostrare in maniera rigorosa che il trattamento medico sbagliato abbia causato, oltre che un pregiudizio alla salute, anche una specifica sofferenza psicologica. Se tale prova non viene fornita, al paziente spetta soltanto la liquidazione del danno biologico. 
In definitiva è possibile affermare che in caso di trattamenti sanitari sbagliati che danno origine ad un pregiudizio per la salute, il paziente ha diritto al risarcimento del danno morale, inteso come sofferenza causata dalle lesioni subite, solo se rigorosamente dimostrato come autonomo e distinto rispetto a quello biologico.
 

Autore Pasquale Parisi

Associate

Milano

p.parisi@lascalaw.com

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