29.07.2022 Icon

Garanzia del vaccino “pari a zero”?

Il Tribunale di Padova ha stupito gli addetti ai lavori, e non solo, con una pronuncia controcorrente.

Nei fatti, una lavoratrice, operante come OSS in una struttura che accoglie persone con disabilità, si rendeva inadempiente rispetto all’obbligo di vaccinazione e, pertanto, veniva sospesa dal lavoro e dalla retribuzione.

La lavoratrice, quindi, agiva innanzi al Tribunale di Padova deducendo l’illegittimità della normativa a fondamento di detta sospensione e chiedeva di essere reintegrata in servizio, anche con mansioni inferiori e a condizione di sottoporsi periodicamente a tampone. 

Chiedeva inoltre il pagamento di tutte le retribuzioni arretrate.

Dal canto suo, la datrice di lavoro replicava di essersi limitata ad applicare la normativa che impone la sospensione del lavoratore non vaccinato, precisando, inoltre, che non vi sarebbe stata alcuna possibilità di adibire la ricorrente a mansioni diverse.

Il Tribunale, ritenuto sussistente il dubbio di non conformità della normativa che prescrive l’obbligo vaccinale agli articoli 3 e 32 della Costituzione, ha affermato che il diritto alla salute – declinato nel diritto all’autodeterminazione terapeutica – trova limitazione solamente nel caso in cui appaia necessario tutelare l’interesse della collettività, come nel caso della vaccinazione obbligatoria.

Tuttavia, a parere del Giudice, l’obbligo vaccinale in capo ai lavoratori della struttura non viene ritenuto idoneo a salvaguardare la salute degli ospiti stessi e, pertanto, tale imposizione risulta irragionevole e sproporzionata con riferimento all’articolo 3 della Costituzione, posto che una persona vaccinata può comunque contrarre il virus.

Il Giudice, infatti, ha affermato che la garanzia che la persona vaccinata non sia infetta è “pari a zero”.

Invece, la persona che, pur non essendosi vaccinata, si sottoponga periodicamente a tampone, per un lasso temporale ristretto e pur relativo offre una garanzia perlomeno superiore allo zero.

Per addivenire a tali conclusioni, il Giudice si addentra in valutazioni mediche piuttosto discutibili, perché riferite a statistiche di periodi differenti, in cui vigevano altrettanto differenti restrizioni, non suscettibili di raffronti scientificamente affidabili.

Sulla base di queste ed altre considerazioni, il Tribunale di Padova ha accolto il ricorso della lavoratrice e ordinato alla resistente di far riprendere immediatamente il lavoro alla ricorrente.

Qualsivoglia interpretazione e considerazione si voglia effettuare a proposito delle attuali disposizioni in tema di vaccinazione contro il virus Covid-19 e mettendo da parte il convincimento personale sull’opportunità della vaccinazione stessa, appare indubbio che l’operazione effettuata dal Tribunale di Padova lasci spazio a diverse perplessità.

Innanzitutto, il Giudice, affermando la contrarietà della normativa in esame rispetto allaCostituzione, ha contestualmente disapplicato la normativa vigente che impone l’obbligo di vaccinazione, ordinando di reintegrare la lavoratrice, a condizione che si sottoponga al test molecolare, oppure al test antigenico da eseguire in laboratorio, o ancora al test antigenico rapido di ultima generazione, ogni 72 ore nel primo caso e ogni 48 negli altri due.

In definitiva, non solo è stata disapplicata una norma vigente, ma è stato imposto alla lavoratrice di effettuare tamponi, sulla base di una valutazione dai dubbi caratteri scientifici a proposito deidiversi tipi di tampone e della durata della relativa efficacia.

I dubbi ed i conseguenti problemi che questa pronuncia può generare sono molti, tenuto conto del rilevante numero di personale sanitario che è stato sospeso dall’attività lavorativa e, parallelamente, dalla percezione della retribuzione, a causa della mancata vaccinazione.

Siamo di fronte ad una pronuncia che di certo non passerà inosservata tra la platea dei sanitari che si sono visti sospesi a causa della mancata vaccinazione.

Autore Francesca Lorenzi

Trainee

Bologna

f.lorenzi@lascalaw.com

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