24.06.2022 Icon

Factoring e garanzia di solvenza: una questione di prova!

Cosa accadrebbe se una società di factoring dovesse escutere la “garanzia di solvenza del debitore” ceduto nei confronti di una società (poi fallita), riaddebitando alla stessa gli importi delle anticipazioni con conseguente insorgenza di un saldo negativo sul conto?

La risposta è a portata di mano: come prima cosa dovrebbe provare l’inadempimento del debitore ceduto, quale presupposto imprescindibile per l’attivazione della garanzia; in difetto, tali somme dovranno essere restituite alla Curatela Fallimentare, ovviamente se incamerate dalla società di factoring in danno del Fallimento nel periodo sospetto.

È questo, infatti, quanto affermato dalla Suprema Corte con la recente ordinanza del 17 maggio 2022, n. 15720.

La vicenda di causa approda in Cassazione su ricorso di una società di factoring, condannata avanti alla Corte d’Appello a restituire alla Curatela l’importo delle anticipazioni riaddebitate alla società fallita a causa dell’inadempimento dei debitori ceduti, nei confronti dei quali erano state instaurate iniziative giudiziarie per il recupero dei crediti stessi.

Secondo la ricorrente il riaddebito delle somme anticipate era da considerarsi legittimo, in quanto nel contratto di factoring stipulato con la società (poi fallita) era prevista una clausola di “garanzia di solvenza del debitore”.

Da qui la censura della decisione impugnata, che a dire della società di factoring avrebbe erroneamente affermato che, per l’attivazione della garanzia della solvenza verso il cedente ex art. 1267 c.c., era necessario provare l’inadempimento del debitore ceduto e fornire, altresì, prova dell’esercizio di azioni contro costui, nonostante l’inadempimento risultasse conosciuto dal Fallimento e, trattandosi di factoring, sia la legge n. 52 del 1991 sia il contratto abilitavano il “factor” al riaddebito su semplice richiesta, senza necessità, né tantomeno prova, dell’avvio di iniziative giudiziarie.

Sennonché, per la Cassazione, anche a voler ammettere “che la disciplina applicabile, alla cessione dei crediti oggetto di causa, fosse quella dell’art. 4 della legge 21 febbraio 1991, n. 52, nonché dell’art. 5 dei singoli contratti di factoring, e non quella dell’art. 1267 cod. civ. (ivi compresa, dunque, la previsione di cui al comma 2), l’inadempimento dei debitori ceduti – che la sentenza reputa non provato – resta, comunque, il presupposto della legittimità dell’operazione di riaddebito. Sicché, una volta escluso esservi prova di quell’inadempimento, non ha rilievo stabilire quale delle due fosse la disciplina applicabile, essendo stata, comunque, accertata la carenza dell’elemento comune – il mancato inadempimento delle obbligazioni oggetto di cessione – ad entrambe”.

Per tali ragioni, se parliamo di factoring e del riaddebito delle anticipazioni alla fallita in ragione dell’avvenuta escussione di una “garanzia di solvenza del debitore” ceduto, è chiaro che la prova dell’inadempimento non può mai mancare.

Cass., Sez. III, Ord. 17 maggio 2022, n. 15720

Francesco Concio – f.concio@lascalaw.com

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