19.09.2023 Icon

Nessuna corrispondenza tra danno biologico e danno patrimoniale

Nel caso in esame Tizio, di professione imbianchino, era stato incaricato di intonacare le pareti interne ed esterne di un edificio. Nel corso delle opere il direttore dei lavori lo autorizzava ad utilizzare i ponteggi installati su quell’immobile da un’impresa edile che stava realizzando altri interventi. L’artigiano però, mentre stava intonacando una parete esterna, a causa del cedimento del ponteggio, precipitava da oltre sei metri di altezza riportando gravi lesioni, con una accertata invalidità permanente del 38%.

A seguito del sinistro Tizio agiva in sede penale, a cui fece seguito la condanna del direttore dei lavori per lesioni personali colpose, aggravato dalla violazione delle norme antinfortunistiche. La Corte di cassazione dichiarava l’estinzione del reato per prescrizione, confermando tuttavia le statuizioni civili dei giudici di merito.

Il danneggiato agiva quindi in sede civile avanti il Tribunale di Firenze per ottenere il risarcimento dei danni. L’ingegnere, costituitosi in giudizio, ha respinto la propria responsabilità per l’accaduto, che al contrario sarebbe dovuta ricadere in capo all’impresa edile. Venivano quindi evocati in giudizio gli eredi del titolare della ditta, nel frattempo scomparso, e la sua compagnia di assicurazione.

All’esito del giudizio di primo grado il Tribunale di Firenze ha ritenuto responsabili in solido sia il professionista sia gli eredi del titolare dell’impresa, condannandoli a risarcire l’imbianchino e accogliendone le rispettive domande di regresso nei confronti delle proprie compagnie assicuratrici. 

Parimenti il Tribunale ha ritenuto sussistente il concorso di colpa del danneggiato nella misura del 20%, riducendo quindi l’ammontare della liquidazione in suo favore, e respingendo altresì le domande mosse nei confronti della proprietaria dell’immobile.

L’artigiano ha quindi proposto appello, per contestare sia l’attribuzione del concorso di colpa, sia il mancato riconoscimento del danno “pensionistico” e del danno da perdita di reddito, che il Tribunale aveva ritenuto non provato. La Corte d’appello di Firenze accoglieva solo in parte il ricorso, confermando la responsabilità in solido dei soggetti già condannati al risarcimento, respingendo il loro appello incidentale e confermando per il resto l’obbligo delle assicurazioni verso i loro assicurati.

Tizio proponeva quindi ricorso in Cassazione, contestando in primo luogo il concorso di colpa attribuitogli, che i giudici penali avevano espressamente escluso, non potendo quindi il giudice civile operare un accertamento autonomo essendosi formato il giudicato. In secondo luogo Tizio contestava l’entità del risarcimento riconosciutogli per la perdita della capacità lavorativa, affermando che il reddito non deve per forza considerarsi contratto nella percentuale di invalidità, ossia di danno biologico, ben potendo una invalidità del 38% (quella riconosciuta) indurre una contrazione dei guadagni del 50% o comunque in una misura superiore.

La Suprema Corte, con sentenza del 6 settembre 2023, ha parzialmente accolto il ricorso di Tizio, evidenziando, da un lato, l’esclusione del concorso di colpa, dal momento come vi è stata pronuncia penale dei giudici di merito sul concorso di colpa, e che dunque anche su tale questione si è formato il giudicato, con conseguente preclusione per il giudice civile e, dall’altro, che il criterio per cui la contrazione di reddito del danneggiato equivale alla invalidità subita è artificioso e privo di fondamento logico o normativo, ben potendo una invalidità lieve comportare una grossa contrazione dei guadagni, e viceversa, a seconda del tipo di invalidità.

Precisamente, osserva la Cassazione, “non c’è alcuna corrispondenza esatta tra entità del danno biologico ed entità del danno patrimoniale da esso causato: un danno biologico di lieve entità se interessa, ad esempio, un arto decisivo per il lavoro (la mano per lo scalpellino) ha un’incidenza assai maggiore di una lesione di grave entità che però non incide sulla capacità di lavoro del danneggiato (la zoppia per un lavoratore intellettuale), cosi che il criterio si dimostra del tutto inadeguato a garantire l’integralità del risarcimento come imposta dal sistema delle fonti (1223 e 2056 c.c.)“.

Veniva invece rigettato il motivo di doglianza del ricorrente che lamentava il mancato riconoscimento del “danno pensionistico” e, quanto ai ricorsi incidentali dei soggetti condannati al risarcimento, tra le varie censure respinte hanno invece accolto in particolare quella della decurtazione dalla liquidazione complessiva dovuta della rendita Inail percepita dal lavoratore infortunato.

Autore Pasquale Parisi

Associate

Milano

p.parisi@lascalaw.com

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