08.11.2022 Icon

Decreto ingiuntivo: il possesso di un titolo stragiudiziale ne impedisce l’emissione?

Interessante la recente sentenza emanata dal Tribunale di Verona, con cui è stata rigettata l’opposizione del debitore, il quale chiedeva la revoca del decreto ingiuntivo opposto, sostenendo che lo stesso fosse un’inammissibile duplicazione del titolo esecutivo già in possesso della Banca creditrice, costituito dal contratto di erogazione del mutuo fondiario. 

La circostanza che la Banca creditrice vanti, a fondamento del proprio credito, un titolo stragiudiziale non fa, infatti, venire meno l’interesse ad ottenere un provvedimento giudiziale di condanna”.

Questo è il principio di diritto espresso dal Tribunale.

La vicenda giudiziale trae origine da un’opposizione a decreto ingiuntivo introdotta dal debitore, basata su un unico motivo.

Segnatamente, nell’atto introduttivo, parte attrice rilevava come il decreto impugnato fosse un’inammissibile duplicazione del titolo esecutivo già in possesso del creditore, costituito dal contratto di erogazione del mutuo fondiario, e lamentava, pertanto, l’assenza di interesse ad agire ex art. 100 c.p.c. in capo alla banca ricorrente. Chiedeva pertanto la revoca del decreto ingiuntivo opposto.

Costituitasi in giudizio, la Banca creditrice ribadiva la legittimità della propria pretesa esercitata in via monitoria, ancorandola a due principali argomentazioni difensive:

  1. non era previsto nell’ordinamento alcun divieto espresso di duplicazione dei titoli esecutivi;
  2. il ricorso per decreto ingiuntivo si era reso necessario a seguito della scoperta – nell’ambito della procedura esecutiva radicata contro il debitore – del grave stato di incuria dell’immobile gravato da ipoteca volontaria.

All’esito del giudizio, il Tribunale di Verona ha rigettato l’opposizione attorea statuendo in ordine all’assoluta infondatezza della tesi difensiva, che sosteneva la mancanza di interesse ad agire in capo all’istituto di credito opposto.

Secondo l’organo giudicante, la circostanza che la Banca creditrice vanti, a fondamento del proprio credito, un titolo stragiudiziale non fa, infatti, venire meno l’interesse ad ottenere un provvedimento giudiziale di condanna, alla luce delle seguenti considerazioni: 

a) per giurisprudenza consolidata non è riscontrabile alcun divieto assoluto per il creditore di munirsi di più titoli esecutivi per lo stesso credito e nei confronti del medesimo debitore (Cass., n. 21768/2019);

b) il creditore, già provvisto di titolo esecutivo stragiudiziale e che abbia già iscritto ipoteca volontaria a garanzia del proprio credito, ha interesse a ottenere un titolo che gli consenta di iscrivere ipoteca giudiziale su beni ulteriori rispetto a quelli già gravati dalla garanzia reale; 

c) l’accertamento giudiziale assicura alla successiva esecuzione coattiva basi più solide, riducendo i margini di possibile opposizione da parte del debitore (Cass., n. 23083/2013).

In conclusione, non sussistendo un principio generale che vieti la duplicazione dei titoli esecutivi, il creditore già titolato ha diritto di munirsi, nei confronti del proprio debitore, di un secondo titolo esecutivo, purché rispetti i limiti posti dal principio di consumazione dell’azione, dal principio secondo cui non è consentita l’instaurazione di giudizi da cui il creditore non possa trarre alcun vantaggio giuridico concreto, nonché, infine, dal principio che vieta l’abuso del diritto e del processo (Cass. 21768/19).

Il Tribunale ha escluso che tali limiti siano stati superati dal creditore: non quello del ne bis in idem, in quanto non sussisteva alcuna precedente statuizione giudiziale avente forza di giudicato sul credito azionato; non quello dell’interesse ad agire, in quanto – come rilevato – solo il decreto ingiuntivo avrebbe consentito alla Banca creditrice di iscrivere ipoteca giudiziale su beni ulteriori rispetto all’immobile su cui grava l’ipoteca volontaria; non, infine, quello dell’abuso del diritto o del processo, non dimostrato nel giudizio.

Pertanto, alla luce dell’iter logico seguito, il Tribunale ha rigettato l’opposizione, condannando altresì l’opponente ex art. 96 comma 3, c.p.c., avendo rilevato per un verso, che l’unico motivo di opposizione (in diritto) articolato dal debitore è smentito da un orientamento giurisprudenziale radicalmente consolidato, e, per altro verso, che parte opponente non aveva addotto ulteriori argomentazioni giuridiche a sostegno della propria tesi, resistendo in giudizio con mala fede o, quantomeno, con colpa grave.

Autore Maria Rosaria Benedetta Amelio

Associate

Milano

m.amelio@lascalaw.com

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