Negli ultimi anni, il mercato del credito alle imprese in Italia ha attraversato una fase di forte trasformazione: tensioni sui bilanci bancari, maggiore cautela nella concessione di nuovi finanziamenti e l’aumento del costo del capitale hanno reso più complessa l’erogazione di credito da parte degli intermediari tradizionali. In tale contesto, un ruolo di sempre maggiore rilevanza viene assunto da operatori specializzati in private credit e special situations: soggetti non bancari, che raccolgono risorse da investitori istituzionali e le canalizzano – con flessibilità e rapidità – verso imprese in difficoltà, ma con prospettive di recupero credibili.
Secondo i dati più recenti, nel 2025 il mercato italiano del ‘private debt’ ha raggiunto un record storico di investimenti pari a circa 5 miliardi di euro, con un incremento di +53% rispetto all’anno.precedente.
Tale crescita riflette la crescente domanda di capitale da parte di imprese medio-piccole e del c.d. mid-market, in una fase in cui le banche sono meno inclini a concedere nuovi finanziamenti soprattutto nei casi a rischio.
Questi operatori si distinguono da banche e servicer tradizionali per alcune caratteristiche fondamentali: non raccolgono risparmio retail e non sono soggetti alle stesse rigide regole prudenziali e investono utilizzando strutture finanziarie adattabili, finanziamenti diretti, strumenti partecipativi, equity, modellati sulle esigenze specifiche dell’impresa. Inoltre, operano con una visione di medio-lungo termine: il loro obiettivo non è la mera dismissione della posizione deteriorata, bensì il rilancio operativo dell’azienda, anche attraverso il rafforzamento della governance e il supporto a piani industriali realistici.
Sul fronte degli UTP, tali soggetti rappresentano una possibile via di uscita per posizioni che altrimenti rischierebbero di essere classificate come “non recovery” o di subire un processo di liquidazione forzata. A fronte del rifiuto della banca a erogare nuovi fondi, il private credit può assicurare la liquidità necessaria, con l’intento di accompagnare l’impresa verso il ritorno in bonis. Questo approccio si presta in particolare nei casi di imprese con asset tangibili (immobili, macchinari) e un potenziale rilancio produttivo.
Anche per il sistema bancario, gli operatori di private credit rappresentano interlocutori strategici nei processi di derisking: trasferendo a soggetti specializzati posizioni in sofferenza o in difficoltà (UTP), le banche possono liberare capitale regolamentare, ridurre l’esposizione a rischio e favorire una ricomposizione ordinata del credito deteriorato.
In conclusione, la recente crescita significativa del private debt conferma che la diffusione del private credit nel mercato italiano degli UTP e delle situazioni distressed non deve essere letta come un segnale di criticità, ma come l’emergere di nuovi strumenti utili al superamento della crisi: una finanza alternativa, più flessibile e più orientata al valore dell’impresa, che può svolgere una funzione essenziale di stabilizzazione e rilancio dell’economia delle PMI. Per le tali imprese in difficoltà che rappresentano il cuore del sistema economico nazionale, questa evoluzione rappresenta forse la migliore occasione per sopravvivere e rigenerarsi.
22.01.2026