31.10.2022 Icon

Codice della crisi. Regime intertemporale: “il valzer delle procedure”

Un creditore, prima del 15 luglio 2022, promuoveva istanza di fallimento a danno di una Società che, successivamente all’entrata in vigore del Codice della Crisi, depositava ricorso per l’accesso ad uno strumento di regolazione della crisi e dell’insolvenza, ai sensi dell’art. 44 l.f..

Il Tribunale di Bologna chiarisce la disciplina applicabile.

Nell’estate caldissima del 2022, da dopo il 15 luglio, un tema ancor più scottante è stato (almeno per chi si occupa della materia concorsuale), la difficile convivenza tra Legge fallimentare e Codice della Crisi.

La questione, come del resto ci si attendeva, è destinata a batter banco per ancora moltissimo tempo.

Parliamo oggi del regime intertemporale di applicabilità delle due discipline e, più in particolare del caso di un creditore che, depositata (naturalmente prima del 15.07) un’istanza di fallimento, ha visto poi (una volta intervenuto in nuovo Codice e nelle more della celebrazione dell’udienza prefallimentare) proporre domanda di accesso ad uno strumento di regolazione della crisi e dell’insolvenza ai sensi dell’art. 44 l.f., da parte del proprio debitore.

E qui gli interrogativi scorrono come fiumi: È ammissibile il ricorso del debitore? Trovano applicazione le norme della Legge Fallimentare o quelle del Codice della Crisi?

Il tribunale di Bologna, in una recentissima pronuncia, esegue un’interessante opera di ricostruzione delle pertinenti norme contenute nel CCII.

La disposizione chiave sul punto è l’articolo 390, rubricato – per l’appunto – “disciplina transitoria” secondo cui “1. I ricorsi per dichiarazione di fallimento e le proposte di concordato fallimentare […] depositati prima dell’entrata in vigore del presente decreto sono definiti secondo le disposizioni del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 […].

2. Le procedure di fallimento e le altre procedure di cui al comma 1, pendenti alla data di entrata in vigore del presente decreto, nonché le procedure aperte a seguito della definizione dei ricorsi e delle domande di cui al medesimo comma sono definite secondo le disposizioni del regio decreto 16 marzo 1942, n. 267 […]”.

Ma è proprio il dato letterale della norma a rappresentare il seme della discordia.

Più in particolare, creditore e debitore attribuiscono diverso significato all’espressione “le procedure a seguito della definizione dei ricorsi e delle domande di cui al medesimo comma (comma 1 – ndr)” contenuta nel sopra riportato comma 2.

Se, infatti, il debitore intendeva “a seguito” come “conseguentemente” il creditore ricorrente interpretava il lemma sotto il mero profilo temporale, come sinonimo di “successivamente”.

La differenza data dall’interpretazione è cruciale.

Nel primo caso, infatti, si presuppone un legame tra le due procedure mentre nel secondo no, con la conseguenza che l’elemento discretivo per determinare l’applicabilità della disciplina della Legge Fallimentare o del Codice della Crisi, è rappresentata dalla data del deposito del ricorso, anteriore o successiva al 15 luglio 2022.

Nel caso di specie, occorre subito precisare come non sussista alcuna correlazione tra le due procedure, che si pongono vicendevolmente in rapporto di autonomia.

Il Tribunale Emiliano va dritto al punto: “a seguito” deve essere semplicemente inteso come “in conseguenza di” ed il testo dell’articolo 390 è così chiaro da non consentire il ricorso ad altri criteri ermeneutici diversi da tale significato letterale.

I Giudici precisano, infatti che “il richiamo alle “procedure aperte a seguito della definizione dei ricorsi e delle domande di cui al primo comma” sta a significare, secondo un’interpretazione puramente letterale, che tutte le fasi e le sotto-fasi che originano dalla procedura “madre”, comprese le eventuali impugnazioni, restano disciplinate sotto il profilo temporale, dalla normativa ratione temporis applicabile a quella”.

E Ancora “Il dato letterale della norma appare sufficientemente chiaro ed inequivoco sicché non è consentito fare ricorso a criteri ermeneutici sussidiari, i quali porterebbero l’interprete ad accedere ad una (inammissibile) operazione correttiva della legge”.

Alla luce di tali considerazioni, è chiaro – dunque – che l’articolo 390 CCII non istituisce una regola transitoria applicabile al caso di specie, atteso che, come detto, le due procedure attivate sono tra loro in un rapporto di autonomia.

Pertanto, concludono i Giudici Bolognesi, occorre applicare il principio generale del tempus regit actum, secondo cui trova applicazione il regime normativo del tempo in cui l’atto è compiuto, “ne consegue allora che al ricorso per l’ammissione alla procedura di accordo di ristrutturazione dei debiti con riserva (o concordato preventivo) proposto successivamente all’entrata in vigore del nuovo codice si applicherà tale regime normativo, nonostante la pendenza di un’istanza di fallimento”.

E non solo: trovando applicazione anche il principio di preferibilità (art. 7, comma 2 CCII) la domanda ex art. 44 CCII presentata dal debitore, dovrà essere addirittura esaminata in via prioritaria rispetto all’istanza di fallimento, nonostante sia stata depositata in epoca successiva.

Autore Sacha Loforese

Associate

Milano

s.loforese@lascalaw.com

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