16.03.2023 Icon

L’investitore deve essere informato e profilato (ma i contratti di investimento non si risolvono)

Con la decisione n. 6391 dell’8 marzo 2023, l’Arbitro per le controversie finanziarie (ACF) si è pronunciato il tema di non corretto adempimento, da parte dell’intermediario, degli obblighi inerenti alla prestazione di un servizio di investimento, in particolare sotto il profilo dell’osservanza dei doveri di informazione e delle regole in tema di profilatura, adeguatezza e appropriatezza degli investimenti.

Com’è noto, con la direttiva UE MiFID II (la n. 65/2014), recepita poi dal TUF (cfr. in particolare l’art. 21) viene previsto l’obbligo per l’intermediario di verificare adeguatamente le caratteristiche del cliente a cui venga offerto un certo prodotto finanziario, analizzando in particolare la propria situazione finanziaria, la capacità di sostenere le perdite, la tolleranza al rischio e gli obiettivi di investimento.

Nei confronti dei clienti retail, ossia gli investitori con minore conoscenza ed esperienza negli investimenti, sono previsti per gli intermediari obblighi molto più stringenti. Essi devono fornire in tempo utile ai clienti o potenziali clienti, in una forma comprensibile, informazioni appropriate affinché essi possano ragionevolmente comprendere la natura del servizio di investimento e del tipo specifico di strumenti finanziari che sono loro proposti, nonché i rischi connessi, in modo che la decisione sul se e in che modo investire venga compiuta con cognizione di causa. 

Eventuali investimenti non coerenti con la propria situazione finanziaria, o con la propria propensione al rischio, non possono essere proposti al cliente retail.

Ricevono, invece, una protezione minore i c.d. clienti professionali, in cui rientrano le banche, i governi, i fondi pensionistici, e altre persone giuridiche. Possono essere considerati clienti professionali anche alcune persone fisiche, nel caso in cui soddisfino alcuni criteri, come il possesso di un ampio portafoglio titoli, l’avere svolto frequentemente operazioni finanziarie, o l’avere lavorato nel settore dei servizi di investimento.

Nel caso oggetto della pronuncia in commento, il cliente, non professionale, a seguito di un investimento rivelatosi dannoso, lamentò che l’intermediario lo avesse spinto ad acquistare strumenti finanziari in assenza di ogni informativa in merito alla rischiosità del titolo, oltre ad averlo non correttamente profilato come investitore con un profilo di tolleranza al rischio molto alto.

In conseguenza di ciò, il ricorrente chiese sia la risoluzione dell’operazione di investimento, sia il risarcimento del danno.

L’ACF effettivamente ha accertato l’inadempimento dell’intermediario ai propri doveri informativi e di profilazione.

Ciò posto, il Collegio ha però rispinto la domanda più importante promossa dal cliente, ossia quella di risoluzione dei contratti di investimento.

A questo proposito, l’Arbitro ha sottolineato che l’inadempimento dell’intermediario non si è consumato in relazione a tali contratti, ma solo nei confronti del mandato professionale affidatogli dal cliente. Naturalmente l’inadempimento di un contratto non potrebbe di certo produrre conseguenze su un rapporto giuridico diverso, e poco importa che l’incarico in favore dell’intermediario sia stato il presupposto della stipula dell’operazione di investimento.

La logica di tale ragionamento sembra condivisibile: se così non fosse, infatti, si permetterebbe al cliente di richiedere la risoluzione dell’operazione di finanziamento ogni qualvolta questa avesse esito sfavorevole.

La responsabilità dell’intermediario nei confronti del cliente è quindi limitata al solo profilo risarcitorio. 

Anche in questo caso, comunque, il cliente non potrà pretendere di ottenere l’intero capitale investito.

Il risarcimento viene, infatti, calcolato sulla base della differenza tra il capitale investito e il valore attribuito ai titoli nel momento in cui era possibile per il cliente operare il disinvestimento (e detratto quanto effettivamente riscosso nel periodo in cui l’investimento era in essere).

In ogni caso, secondo l’ordinaria previsione dell’onere della prova, spetterà sempre all’investitore provare il nesso causale tra l’omessa prestazione dell’attività informativa imposta all’intermediario e il danno patito.

Autore Simone Mascelloni

Associate

Milano

s.mascelloni@lascalaw.com

Desideri approfondire il tema Vigilanza ?

Contattaci subito