18.07.2022 Icon

Criptovalute e diritto penale: l’acquisto di bitcoin può integrare il delitto di autoriciclaggio?

Nell’ultimo decennio le criptovalute basate sul sistema della blockchain sono diventate parte della nostra quotidianità.  Tanto che, soprattutto dopo il biennio 2019-2020, sia online sia in molti paesi esse sono uno strumento di pagamento parallelo alla valuta tradizionale. Basti considerare a tal fine che a El Salvador, Bitcoin – la principale criptovaluta sul mercato – è divenuta perfino moneta avente corso legale nel territorio statale (unitamente al dollaro statunitense).

Parallelamente, le criptovalute sono diventate uno dei principali strumenti finanziari all’interno dei portafogli degli investitori. Ciò è dovuto dal fatto che negli ultimi anni le principali monete digitali hanno avuto un incremento di valore esponenziale. A titolo esemplificativo, Bitcoin è passato da valere poco più di 300,00 euro per unità nel novembre 2015 a oltre 55.000,00 euro per unità nel novembre 2021.

Proprio le criptovalute sono state il principale tema affrontato di recente dalla Corte di Cassazione in relazione al delitto di autoriciclaggio, previsto dall’art. 648 ter.1 c.p. La norma punisce chiunque, dopo aver commesso un precedente reato, impiega o trasferisce in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative il provento di tale delitto, ostacolando l’identificazione della sua provenienza illecita.

Orbene, il caso deciso di recente dalla Corte di Cassazione (Cass. pen., Sez. II, sent. 13 luglio 2022, n. 27023) riguarda un indagato cui era stata applicata dal GIP di Milano la misura della custodia cautelare in carcere per plurime truffe aggravate e autoriciclaggio. 

In merito a tale ultimo reato, la contestazione della Procura della Repubblica si basava sul fatto che l’indagato, con il denaro generato dalle truffe, avrebbe acquistato bitcoin tramite bonifico bancario indirizzato ad una banca tedesca, reimpiegando dunque il provento dei delitti di truffa in attività speculative.

L’ordinanza del GIP milanese veniva confermata dal Tribunale del Riesame e avverso tale decisione veniva proposto dall’indagato ricorso per Cassazione, adducendo che l’acquisto di bitcoin non rientrerebbe in quelle attività “speculative” tali da integrare la condotta tipica del reato. Inoltre, secondo il ricorrente l’acquisto di criptovalute operato tramite bonifico sarebbe stato “trasparente” e non idoneo a ostacolare l’identificazione delittuosa del denaro investito.

Nondimeno, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto dall’indagato. 

Con la propria sentenza i Giudici di legittimità hanno evidenziato che l’acquisto di bitcoin, anche qualora venga operato tramite bonifico bancario, è una condotta idonea ad ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa del denaro impiegato.

Ciò in quanto la configurazione del sistema di acquisto di bitcoin – analogo a quello delle ulteriori criptovalute – garantisce un alto grado di anonimato sia sull’identità dell’acquirente della moneta digitale sia in relazione all’oggetto delle compravendite compiute avvalendosi della moneta digitale, ostacolando così eventuali accertamenti sulla provenienza del denaro. Elevato grado di anonimato che ha consentito alle criptovalute di diventare il principale mezzo di scambio nell’ambito degli accordi illeciti “stipulati” sul darkweb.

Sotto il diverso profilo della definizione di “attività speculativa”, la Cassazione ha rilevato che in tale dicitura rientrano tutte quelle attività nell’ambito delle quali l’operatore cerca di raggiungere un utile, assumendosi contestualmente il rischio di considerevoli perdite. Sicché, in tale nozione ben rientrerebbe anche l’acquisto di bitcoin che – come detto – è divenuto uno dei principali strumenti finanziari acquistato dagli investitori.

Stefano Gerunda, Andrea Caprioglio

Autore Stefano Gerunda

Lateral Partner

Milano

s.gerunda@lascalaw.com

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