19.07.2022 Icon

Assegno pagato male: la Banca non risponde per aver chiesto un solo documento d’identità

La Suprema Corte è tornata recentemente ad occuparsi dell’ipotesi di un assegno spedito per posta ordinaria, intercettato e riscosso da un soggetto non legittimato.

I giudici di legittimità hanno colto l’occasione, per ribadire due importanti principi che disciplinano la fattispecie.

In primo luogo, è stato ricordato come la spedizione per posta ordinaria di un assegno, anche se intrasferibile, costituisce – qualora il titolo venga sottratto ed incassato da un terzo – comportamento tale da determinare un concorso di colpa del mittente. Infatti quest’ultimo, così operando, si è esposto volontariamente “ad un rischio superiore a quello consentito dal rispetto delle regole di comune prudenza e del dovere di agire per preservare gli interessi degli altri soggetti coinvolti nella vicenda, e configurandosi dunque come un antecedente necessario dell’evento dannoso”.

Secondariamente, la Cassazione ha criticato la decisione impugnata, nella parte in cui il Tribunale ha ritenuto di addossare ogni colpa alla Banca negoziatrice, per avere questa acquisito copia di una patente scarsamente leggibile, senza chiedere un altro documento di identità, e per non essersi preoccupata del fatto che il sedicente beneficiario avesse aperto un libretto di risparmio solo per provvedere al versamento dell’assegno.

Ebbene, secondo la Cassazione, il giudice di merito si è discostato dalla giurisprudenza della Corte circa il parametro di diligenza che il banchiere deve osservare in materia, come di seguito rammentato: “In materia di pagamento di un assegno di traenza non trasferibile in favore di soggetto non legittimato, al fine di valutare la sussistenza della responsabilità colposa della banca negoziatrice nell’identificazione del presentatore del titolo, la diligenza professionale richiesta deve essere individuata ai sensi dell’art. 1176 c.c., comma 2, che è norma “elastica”, da riempire di contenuto in considerazione dei principi dell’ordinamento, come espressi dalla giurisprudenza di legittimità, e dagli “standards” valutativi esistenti nella realtà sociale che, concorrendo con detti principi, compongono il diritto vivente; non rientra in tali parametri la raccomandazione, contenuta nella circolare ABI del 7 maggio 2001 indirizzata agli associati, che segnala l’opportunità per la banca negoziatrice dell’assegno di traenza di richiedere due documenti d’identità muniti di fotografia al presentatore del titolo, perché a tale prescrizione non può essere riconosciuta alcuna portata precettava, e tale regola prudenziale di condotta non si rinviene negli standard valutativi di matrice sociale ovvero ricavabili dall’ordinamento positivo, posto che l’attività di identificazione delle persone fisiche avviene normalmente tramite il riscontro di un solo documento d’identità personale“. (Cass. 19 dicembre 2019, n. 34107). 

Per tali motivi, la sentenza impugnata è stata cassata, con rinvio della causa al Tribunale, affinché si pronunci sulla base dei principi enunciati.

Autore Simona Daminelli

Partner

Milano

s.daminelli@lascalaw.com

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