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Woman on board in Italy

L’Italia ha visto crescere tra il 2004 e il 2009 sia il numero di Consiglieri femminili sia il numero di società dove almeno un membro del Consiglio di Amministrazione è rappresentato da una donna. Tuttavia la percentuale detenuta da donne all’interno dei Consigli di Amministrazione, pari al 6,3% nel 2009 al 6,8% nel 2010, risulta essere ancora di gran lunga lontana da quelle presentate in altre Nazioni quali, Stati Uniti e Scandinavia con il 15,7%, Svezia e Finlandia con il 24% e Norvegia con il 40%, raggiungendo quasi la quota di genere richiesta.

Ma in un’ottica di politiche comunitarie delle pari opportunità, volte anche ad un miglioramento di performance societaria, la legge n. 120 del 12 luglio 2011, che prevede che dal 2012 i Consigli di Amministrazione delle aziende quotate in Borsa o a partecipazione pubblica dovranno essere composti da almeno un quinto da donne e, a partire dal 2015, da almeno un terzo, segna sicuramente, per l’Italia un passo in avanti sulla strada della valorizzazione del talento femminile.

Recentemente la Consob ha pubblicato sul proprio sito internet, tra i Quaderni di Finanza 2011, l’esito di un proprio studio, dal titolo Women on boards in Italy.  Il Quaderno analizza, innanzitutto, la composizione di genere degli organi di amministrazione delle società quotate, evidenziando come la presenza femminile riguardi ancora una quota minoritaria del mercato azionario italiano e un numero ridotto di amministratori, e sia associata all’esistenza di legami di natura familiare con l’azionista di controllo.

Dall’analisi degli organi amministrativi emergono infatti due modelli molto differenti. Da un lato, la presenza di amministratrici che hanno legami familiari con l’azionista di riferimento è più frequente in
società di minore dimensione, a proprietà concentrata e operanti nel settore dei consumi. Dall’altro, amministratrici non legate all’azionista di controllo siedono nei board di società a proprietà diffusa o estera, operanti nei settori dell’information technology o delle telecomunicazioni e caratterizzate da amministratori più indipendenti e mediamente più giovani. In entrambi i modelli la presenza di investitori istituzionali nell’azionariato rilevante e la dimensione del board influiscono positivamente sulla probabilità che vi sia almeno una donna amministratore.

Infine, l’analisi approfondisce l’esistenza di eventuali relazioni tra presenza femminile e alcune misure di performance e buona governance delle società. Mentre non sembra emergere alcuna relazione statisticamente significativa quanto alle prime, il legame tra presenza di amministratrici e alcune semplici

proxy di buon funzionamento del board è negativo. In particolare, la partecipazione media dei Consiglieri alle riunioni e il numero di queste ultime sono inferiori nei consigli di amministrazione in cui siede almeno una donna, sebbene quest’ultimo risultato sia principalmente determinato dalle amministratrici aventi legami familiari con l’azionista di controllo.

Essendo la metà delle 173 posizioni “rosa” all’interno dei CDA italiani rappresentato da amministratrici appartenenti alla famiglia azionista di riferimento o di controllo della società, lo studio sino ad oggi condotto non è sufficiente per comprendere realmente quali saranno gli effetti scaturenti dall’ingresso massiccio di donne all’interno dei Consigli di Amministrazione delle quotate italiane o delle società a partecipazione pubblica e soprattutto i vantaggi in termini di governance e performance.

(Sabrina Galmarini – s.galmarini@lascalaw.com)

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