Diritto Processuale Civile

Vocatio in ius ed edictio actionis: riassunzione ex art. 305 c.p.c.

Cass., 15 aprile 2015, n. 7661 (leggi la sentenza)

Con la  Sentenza n. 7661 del 2015 la Corte di Cassazione si è pronunciata in materia di operatività del termine  di cui all’art. 305 c.p.c.

In particolare, la Corte è stata chiamata a rispondere al seguente quesito di diritto:  se l’art. 291 c.p.c. “sia applicabile o meno anche nel caso in cui sia stato rispettato solo il termine per la rinnovata edictio actionis e non si sia proprio provveduto alla prevista vocatio in ius”

Gli Ermellini hanno fornito una interpretazione del dato normativo costituzionalmente orientata al rispetto del principio del giusto processo di cui all’art. 111 Cost., senza, tuttavia,  sottovalutare le esigenze pratiche delle parti.

Il caso portato all’attenzione della Suprema Corte prende le mosse dalla tesi sostenuta dalla ricorrente incidentale, secondo cui “qualora la prima notificazione [n.d.r. ex art. 305 c.p.c.] sia stata del tutto omessa, non si può fare applicazione dell’art. 291, non trattandosi di rinnovazione della notificazione e il rinnovo contrasterebbe con l’art. 111 cost.”.

Detta ricostruzione si pone in aperto contrasto con il principio già affermato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la nota pronuncia 14854 del 2006, secondo la quale: “Verificatasi una causa d’interruzione del processo, in presenza di un meccanismo di riattivazione del processo interrotto, destinato a realizzarsi distinguendo il momento della rinnovata edictio actionis da quello della vocatio in ius, il termine perentorio di sei mesi, previsto dall’art. 305 c.p.c. , è riferibile solo al deposito del ricorso nella cancelleria del giudice, sicchè, una volta eseguito tempestivamente tale adempimento, quel termine non gioca più alcun ruolo, atteso che la fissazione successiva, ad opera del medesimo giudice, di un ulteriore termine, destinato a garantire il corretto ripristino del contraddittorio interrotto nei confronti della controparte, pur presupponendo che il precedente termine sia stato rispettato, ormai ne prescinde, rispondendo unicamente alla necessità di assicurare il rispetto delle regole proprie della vocatio in ius. Ne consegue che il vizio da cui sia colpita la notifica dell’atto di riassunzione e del decreto di fissazione dell’udienza non si comunica alla riassunzione (oramai perfezionatasi), ma impone al giudice, che rilevi la nullità, di ordinare la rinnovazione della notifica medesima, in applicazione analogica dell’art. 291 c.p.c. , entro un termine necessariamente perentorio, solo il mancato rispetto del quale determinerà l’eventuale estinzione del giudizio, per il combinato disposto dello stesso art. 291, u.c., e del successivo art. 307, comma 3″.

Dopo un’attenta analisi della giurisprudenza successiva alla citata pronuncia, il Collegio ha dunque ritenuto “conforme al principio costituzionale del giusto processo, inteso anche come diritto ad un processo nel merito, fare operare il termine perentorio solo per la rinnovazione della edictio actionis mediante il deposito del ricorso nella cancelleria del giudice, e non anche per la mancanza della vocatio in ius, oltre che – come già ritenuto dalle Sezioni Unite n. 14854 del 2006 – per il caso di nullità della vocatio in ius. Se è vero, infatti, che la pronta notifica del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza sarebbe utile e funzionale alla accelerazione del processo a garanzia del raggiungimento dell’obiettivo della ragionevole durata, non può negarsi che, una volta rispettato il termine per dare impulso alla riattivazione del processo, il mancato compimento – oltre che l’esistenza di un vizio – dell’ulteriore attività richiesta per via della doppia fase prevista dalla procedura, si tradurrebbe in una esasperazione del principio della ragionevole durata ed in una non giustificata compressione del diritto ad un processo nel merito, in danno di chi tale attività di impulso necessario ha compiuto”.

Premesso ciò, la Corte ha quindi raggiunto la seguente conclusione: “Verificatesi una causa d’interruzione del processo, in presenza di un meccanismo di riattivazione del processo interrotto, destinato a realizzarsi distinguendo il momento della vocatio iudicis da quello della vocatio in ius, il termine perentorio di sei mesi, previsto dall’art. 305 c.p.c. , è riferibile solo al deposito del ricorso nella cancelleria del giudice, e il giudice che rilevi l’omessa notifica, o un vizio comportante inesistenza della notifica, dell’atto di riassunzione e del decreto di fissazione dell’udienza (oltre che un vizio da cui sia colpita la notifica dell’atto di riassunzione e del decreto di fissazione dell’udienza), deve ordinarne l’effettuazione (o la rinnovazione), in applicazione analogica dell’art. 291 c.p.c. , entro un termine necessariamente perentorio, solo il mancato rispetto del quale determinerà l’estinzione del giudizio, per il combinato disposto dello stesso art. 291, u.c., e del successivo art. 307, comma 3″.

7 maggio 2015

Pamela Balducci – p.balducci@lascalaw.com

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