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Effetti reali o obbligatori del patto d’opzione e risarcimento del danno

Cass., sez. I, 02 dicembre 2015, n. 24559 (leggi la sentenza)

La Suprema Corte si è nuovamente pronunciata, in una recente sentenza, in punto di violazione del patto di opzione e dei rimedi esperibili dai soci, confermando la tesi che appare essere, quindi, quella ormai maggioritaria (Cass. Civ. sez. I, 02.12.2015, n. 24559).

In tale occasione, i Giudici hanno ribadito come l’accordo concluso tra i soci, avente ad oggetto il diritto di prelazione sulla quota di partecipazione in società, non può che integrare un’ipotesi di patto parasociale, con carattere meramente obbligatorio e, quindi, destinato a vincolare solamente le parti contraenti.

A conclusioni parzialmente diverse deve giungersi ove detto diritto d’opzione sia inserito all’interno dello statuto sociale o nell’atto costituito della persona giuridica: in tal caso, le medesime pattuizioni mirano altresì a svolgere una funzione di regolamentazione del funzionamento della società stessa: “con l’inserimento della clausola di prelazione nell’atto costitutivo, si [è] inteso attribuire alla medesima, al pari di qualsiasi altra pattuizione riguardante posizioni soggettive individuali dei soci che venga iscritta nello statuto dell’ente, anche un valore rilevante per la società”.

In seguito all’inserimento di dette clausole all’interno dello statuto o dell’atto costitutivo, le stesse “venendo ad assolvere anche ad una funzione specificamente sociale, […] cessano di essere regolate dai soli principi del diritto dei contratti, per rientrare, invece, nell’orbita più specifica della normativa societaria (Cass. 7614/1996)”.

Non essendo però il retratto previsto dall’ordinamento quale rimedio generale, la violazione della clausola statuaria comporterà l’inopponibilità della cessione della partecipazione nei confronti degli altri soci e della società ma non darà origine, in capo ai medesimi, ad un “diritto potestativo di riscattare la partecipazione nei confronti dell’acquirente”.

La Corte conclude affermando come, in caso di violazione del diritto in esame, gravi sul socio l’onere di provare il danno, in quanto connesso ad un interesse specifico all’acquisto della partecipazione societaria, “potendo solo in tal caso giustificarsi l’eventuale liquidazione equitativa del danno ai sensi dell’art. 1226 c.c.”.

25 febbraio 2016

Giulia Buzzettig.buzzetti@lascalaw.com

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