Redditività minima dei capitali nel finanziamento

Violazione dei canoni di trasparenza e correttezza nell’attività di gestione collettiva del risparmio

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso proposto da un amministratore delegato di una SGR avverso il decreto della Corte di Appello di Trento n. 10/2015: con tale decreto, la Corte di merito aveva confermato la legittimità delle contestazioni mosse dalla Consob riguardo alla violazione dell’art. 40 T.U.F. e degli artt. 65 e 66, comma 1, Regolamento Consob n. 16190/2007.

Nello specifico, la Consob aveva inflitto al ricorrente una sanzione pecuniaria per aver omesso, nella sua qualità di amministratore delegato, di elaborare un’adeguata pianificazione che assistesse gli investimenti effettuati dalla società e di svolgere l’attività di analisi volta a valutare i rischi connessi alle operazioni disposte.

La Suprema Corte ha ripreso quanto chiarito dalle Sezioni Unite nella sentenza n. 20933 del 2009, ove veniva stabilito che in tema di sanzioni amministrative per violazione delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, l’amministratore delegato non può sottrarsi alla responsabilità sostenendo che le operazioni integranti l’illecito siano state svolte da un altro soggetto che abbia agito per conto della società, gravando sull’amministratore un mero dovere di vigilanza la cui violazione comporta una responsabilità solidale (salvo che non provi di aver potuto impedire il fatto).

I Giudici di legittimità hanno quindi condiviso le argomentazioni della Corte altoatesina, confermando la responsabilità in capo al ricorrente e chiarendo che i Giudici di merito hanno correttamente valutato “come irrilevante la circostanza che i valori fossero stati desunti da valutazioni provenienti da stimatori esterni, dal momento che tale evenienza non avrebbe potuto certamente costituire una causa di giustificazione della condotta (omissiva) dell’organo gestorio aziendale (e, perciò, anche dell’amministratore delegato della società), non avendo quest’ultimo provato di aver sottoposto a revisione critica quelle valutazioni con la necessaria diligenza, nel qual caso soltanto si sarebbe potuta configurare una condizione di errore scusabile”.

Allo stesso modo, la Suprema Corte non ha ritenuto ammissibile l’ulteriore motivo di diritto con il quale il ricorrente lamentava l’inidoneità del ragionamento compiuto dalla Corte di merito in ordine alla ricostruzione relativa alla stipula di un contratto derivato (interest rate swap).

I Giudici di legittimità hanno oltremodo condiviso l’impostazione della Corte laddove quest’ultima ha ritenuto che il derivato, seppur qualificato come “di copertura”, presentava in realtà i caratteri di un’operazione speculativa conclusa in assenza di delega ed in violazione del regolamento del fondo sul cui patrimonio veniva fatto valere il medesimo derivato.

L’investimento risultava anche qui sfornito di adeguata pianificazione strategica nonché di un’idonea attività di preventiva analisi sui rischi.

Sulla base di tale valutazione, viene pertanto identificata una violazione dei canoni di diligenza e trasparenza ai quali si deve rapportare l’attività di gestione collettiva del risparmio.

Cass., II Sez. Civ., 14 dicembre 2017, n. 30072

Ottavio Continisio – o.continisio@lascalaw.com

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