Not in my name: il falsus procurator di società di capitali

Vendita multilivello e vendita piramidale nella tutela del consumatore

Una società che opera attraverso forme di vendita multilivello retribuisce i propri agenti riconoscendo loro delle provvigioni proporzionali alla quantità del bene venduto, personalmente o per il tramite di altri soggetti che si è riusciti ad includere nella struttura;[…]nella vendita piramidale vi è l’obbligo di pagamenti da parte dei soggetti che vogliano entrare nella rete dei venditori ed il neo affiliato avrà come obiettivo primario la ricerca di altri venditori ai quali far pagare il diritto di accesso alla catena, i quali a loro volta ne cercheranno altri…”.
La differenza tra sistemi di vendita “multilivello” e di vendita piramidale è l’oggetto di una recente sentenza del Consiglio di Stato.
Il caso vede contrapposta l’Autorità garante della concorrenza e del mercato (cd. AGCM) a una società che commercializzava in Italia prodotti a base di caffè tramite incaricati, i quali avevano una commissione parametrata in base al volume di vendite realizzate. Inoltre tali intermediari erano incentivati ad acquistare i prodotti della società e a favorire l’ingresso di altri incaricati alla vendita e i reclutanti ricevevano una commissione sulle vendite effettuate dal reclutato.
L’AGCM quindi ravvisava nella condotta della società un sistema con caratteristiche piramidali di commercializzazione e promozione di prodotti, in violazione degli artt. 20 e21 del D.lgs. n.206/2005 (cd. Codice del Consumo).
I giudici amministrativi, valutata la vicenda premettono che nel sistema di vendita denominato ‘multilivello’ l’impresa attribuisce agli incaricati non solo il compito di vendere i prodotti, ma anche quello di invitare i consumatori a partecipare alla rete commerciale, tramite la sottoscrizione di un contratto di incarico. Si verrà quindi a creare un’organizzazione gerarchica, dove ciascun incaricato potrà guadagnare una percentuale commisurata dai prodotti venduti da lui e da tutti gli incaricati che discendono direttamente e indirettamente dalle proprie linee di vendita. I profitti sono dei bonus commisurati al posizionamento in rete dell’incaricato. Le vendite piramidali, invece, si basano sul sistema commerciale multilivello nel quale però l’obiettivo commerciale non è la vendita di un prodotto o servizio, bensì reclutare un numero maggiore di incaricati, il cui accesso alla rete è subordinato al pagamento di una sorta di ‘fee’ che rappresenta l’introito maggiore dell’impresa. Quest’ultimo sistema è dunque destinato al collasso una volta che gli aderenti collocati nei livelli più bassi della struttura, non riusciranno a riversare su livelli inferiori, successivamente reclutati, il costo della ‘fee’ di ingresso.
Tale fattispecie rientra nella lista delle ipotesi considerate ‘in ogni caso’ ingannevoli, ex art.23 c.1 del Codice del consumo (ed è di fatto un modello aggiornato della c.d. ‘Catena di Sant’Antonio); il fine della norma è quello di contrastare i sistemi distributivi basati sul progressivo ampliamento della base di consumatori reclutati con la prospettiva illusoria di ingenti guadagni.
Importanti precisazioni sui contorni della fattispecie sono stati forniti anche dalla giurisprudenza europea. In particolare la CGUE (sent. 3.4.2014 in causa C-515/12, punto 20) – ha affermato che il divieto di sistemi di promozione a carattere piramidale si fonda su 3 condizioni:
i. La promozione è basata sulla promessa che il consumatore avrà la possibilità di realizzare un beneficio economico;
ii. L’avveramento della promessa dipende dall’ingresso di altri consumatori nella rete di vendite;
iii. La parte più consistente delle entrate che consentono di finanziare il corrispettivo promesso ai consumatori non risulta da un’attività economica effettiva e tipica di quella vendita.
Considerato il quadro normativo il Consiglio di Stato, in accordo con quanto stabilito dal Tar e con la valutazione operata dall’AGCM, reputa ogni doglianza dell’appellante infondata affermando che la vicenda in esame integra un illecito di ‘pericolo’, che colpisce strutture di vendita potenzialmente pericolose, ovvero ben prima che si realizzino effetti dannosi sul sistema economico e per i soggetti coinvolti; i giudici di secondo grado affermano inoltre che deve essere applicato il Codice di Consumo in quanto gli incaricati alle vendite agivano nella veste di Consumatori e non di agenti di vendita (ciò lo si è eccepito dall’alta percentuale di ordini di autoconsumo e dalla natura occasionale dell’attività commerciale).

In conclusione, il Consiglio di Stato conferma l’orientamento dell’ordinamento italiano e più in generale dell’ordinamento Europeo, i quali intendono tutelare i consumatori finali / venditori alla base della piramide, stigmatizzando l’assenza di una reale attività economica che consenta di generare entrate sufficienti a finanziare il corrispettivo promesso ai consumatori. Il sistema piramidale è destinato al fallimento, poiché è basato sul contributo e la crescita del numero dei suoi partecipanti che, affinché il sistema perduri, dovrebbe tendere all’infinito.

Cons. di Stato, Sez. VI, sent. 321/2020

Gianluca Guerrini – g.guerrini@lascalaw.com

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