Contratti

Valore probatorio della quietanza di pagamento

Cass., Sez. Unite, 22 settembre 2014 n. 19888

Le Sezioni Unite della Suprema Corte sono state chiamate a pronunciarsi circa il valore probatorio di una quietanza di pagamento e, in particolare, se alla stessa si possa estendere, in base al combinato disposto degli artt. 2726 e 2722 c.c., il divieto di prova testimoniale volta a dimostrare l’esistenza di patti aggiunti o contratti al suo contenuto.

Occorre premettere che la quietanza è una tipica dichiarazione di scienza diretta all’obbligato, con funzione di prova documentale precostituita, tramite la quale il creditore assevera l’avvenuto pagamento.

La Corte di Cassazione, stante la natura confessoria della dichiarazione scritta indirizzata al debitore, ha da sempre attribuito alla stessa efficacia di piena prova dei fatti attestati, escludendo di conseguenza la possibilità per il creditore di contestarne la vincolatività perché inveritiera ed ammettendo soltanto la possibilità di revoca per errore di fatto o per violenza. In altre parole, la quietanza esonera il debitore dall’onere probatorio e vincola il giudice circa la verità del fatto in essa indicato.

Ipotesi diversa è quella in cui la dichiarazione di pagamento è il frutto di un mero accordo simulatorio tra il creditore ed il debitore. In tal caso, le Sezioni Unite hanno già chiarito che il creditore quietanzante non può ricorrere alla prova testimoniale per dimostrazione la simulazione assoluta della quietanza, ma può far valere la simulazione mediante la controdichiarazione scritta del debitore.

Il caso oggetto della sentenza qui commentata era ancora diverso. Infatti, trattavasi della vendita di un autoveicolo, a fronte della quale il venditore aveva rilasciato all’acquirente una ricevuta, dimenticandosi di depennare la dicitura “quietanzato”. Nel corso del giudizio di appello, la Corte aveva ammesso la prova testimoniale dedotta dal venditore e accertato di conseguenza che parte acquirente non aveva ancora provveduto al saldo del prezzo.

La Corte di Cassazione ha dapprima evidenziato che la quietanza è un atto dovuto e il suo rilascio è un diritto del solvens; detto documento, inoltre, ha un contenuto tipico e predeterminato. Tanto chiarito, i giudici di legittimità hanno ribadito che, stante la natura assimilabile a quella della confessione stragiudiziale, la quietanza costituisce piena prova e il creditore non può essere ammesso a fornire prova contraria, se non nell’ipotesi di invalidazione  per violenza o errore di fatto.

Fermo restando il principio di diritto così sancito, nel caso di specie tuttavia la Corte di Cassazione ha ritenuto corretta la decisione della Corte d’Appello che aveva ammesso a prova contraria i testi indicati dal venditore, in quanto si trattava di una quietanza particolare, resa ai sensi del regio decreto 29 luglio 1927, n. 1814 e destinata all’annotazione nel pubblico registro automobilistico e non a provare il pagamento. Stante la sua natura, pertanto, detta quietanza costituisce una fonte di prova liberamente apprezzabile dal Giudice e non esclude la possibilità del ricorso ad ogni altro mezzo istruttorio.

24 ottobre 2014

Simona Daminelli – s.daminelli@lascalaw.com

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