Diritto dell'Esecuzione Forzata

Valore oggettivamente minimo del credito e interesse da agire

Cass., sez. III Civile, 3 marzo 2015, n. 4228 (leggi la sentenza)

Con la sentenza n. 4228 del 03/03/2015, la Corte di Cassazione, sez. III ha stabilito che “In tema di procedimento esecutivo, qualora il credito, di natura esclusivamente patrimoniale, sia di entità economica oggettivamente minima, difetta, ex art. 100 cod. proc. civ., l’interesse a promuovere l’espropriazione forzata, dovendosi escludere che ne derivi la violazione dell’art. 24 Cost. in quanto la tutela del diritto di azione va contemperata, per esplicita od anche implicita disposizione di legge, con le regole di correttezza e buona fede, nonché con i principi del giusto processo e della durata ragionevole dei giudizi ex art. 111 Cost. e 6 CEDU. “

La pronuncia in commento nasce dal ricorso promosso da un creditore che, successivamente alla notifica di atto di precetto al quale era seguito l’integrale pagamento della somma portata in precetto, aveva promosso procedura esecutiva deducendo, tra l’altro, l’esistenza di un residuo credito compreso tra euro 12 e 21, a titolo di interessi maturati tra la data di notifica del precetto e la data del pagamento. La decisione del Tribunale, che aveva accolto l’opposizione di parte esecutata, è stata poi confermata dalla Suprema Corte.

La Corte di Cassazione ha chiarito che l’art. 100 c.p.c., in tema di interesse ad agire, non può essere letto in contrasto con l’art. 24 Cost.; pertanto, l’irrilevante entità del valore economico della pretesa, in alcun modo connessa ad interessi giuridici di natura non economica e in quanto tale di carattere meramente patrimoniale, non poteva essere considerato meritevole di tutela giuridica.

La Suprema Corte, con un aperto riferimento alla figura dell’abuso del processo ha altresì richiamato :

a) la regola di correttezza e buona fede, di cui all’art. 2 Cost., che vieta al creditore di aggravare ingiustificatamente la posizione del debitore in ossequio all’esigenza di soddisfare gli “inderogabili doveri di solidarietà”;

b) la garanzia del processo giusto e di durata ragionevole di cui all’art. 111 Cost., la quale esclude, innanzi tutto, che possa ritenersi “giusto” il processo che costituisca esercizio dell’azione in forme eccedenti, o devianti, rispetto alla tutela dell’interesse sostanziale, che segna il limite, oltreché la ragione dell’attribuzione, al suo titolare, della potestas agendi, mentre l’effetto inflattivo che deriverebbe dalla moltiplicazione di giudizi si pone in contrasto con la “ragionevole durata del processo”, per l’evidente antinomia che esiste tra la moltiplicazione dei processi e la possibilità di contenimento della correlativa durata.

In conclusione, la Corte ha rigettato il ricorso promosso dal creditore pignorante.

12 giugno 2015

Maddalena Careddu – m.careddu@lascalaw.com

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