L’informativa nel contratto

Valido il contratto firmato dal marito anche per la moglie

Una recente decisione dell’Arbitro per le Controversie Finanziarie affronta, processualmente e nel merito, il “particolare” tema del disconoscimento o deduzione in merito alla apocrifia della sottoscrizione di uno dei cointestatari di rapporto contrattuale.

In sintesi, la controversia posta all’attenzione del Collegio riguarda il tema del non corretto adempimento, da parte dell’intermediario, degli obblighi concernenti la prestazione di un servizio di investimento, in particolare sotto il profilo della nullità di due contratti di gestione individuale di portafogli cointestati stipulati con l’Intermediario nel 2015 per firma apocrifa di uno dei due contraenti nonché della non corretta profilatura dei medesimi e dell’inadeguatezza dei suddetti investimenti al loro profilo di rischio.

Inizialmente, la cointestataria censurava “semplicemente” la falsità della propria sottoscrizione presente sui contratti, salvo poi – a fronte della specifica contestazione e replica mossa dall’intermediario – produrre una perizia grafologica per mezzo della quale si conferma la non riconducibilità alla stessa delle sottoscrizioni.

Ed infatti, solo il deposito di una relazione di parte viene considerata dal Collegio dell’ACF potenzialmente idonea a dimostrare la falsità delle sottoscrizioni, essendosi anche in passato ritenuto che “una simile indagine non può tuttavia prescindere almeno dalla produzione, da parte del ricorrente, di una perizia grafologica, o di altra documentazione di tipo tecnico, che possa eventualmente essere sottoposta al contraddittorio con il resistente, e su cui si possa quindi, in via finale, esprimere l’apprezzamento dell’Arbitro; un apprezzamento che altrimenti, in assenza della produzione di una perizia, sarebbe sprovvisto di una base di oggettività” (Decisione ACF n. 704 del 31 luglio 2018).

Al riguardo, in ogni caso, viene sottolineato che, nonostante la contestazione relativa alla sottoscrizione, il rapporto ha comunque avuto esecuzione, avendo i ricorrenti negli anni incassato le cedole delle obbligazioni senza eccepire il difetto di autenticità della sottoscrizione in questione (Decisione ACF n. 115 del 21 novembre 2017).

Il Collegio adito, tuttavia, esamina le sottoscrizioni sotto altro profilo ed osserva che “le firme presenti sui citati contratti che effettivamente possono sembrare discostarsi, per alcuni aspetti, da quelle apposte dalla moglie su altra documentazione (documento di identità, procure, reclami), sembrano in realtà piuttosto simili a quelle dell’altro cointestatario (il marito) che, pur partecipando al ricorso, non ha disconosciuto le sue sottoscrizioni”.

Dunque, la somiglianza tra le firme dei coniugi porta ad escludere l’esistenza di una ragione invalidante del contratto disciplinante in generale la gestione patrimoniale.

Nel merito, la rispondenza delle linee di gestione rispetto al profilo dei clienti e, soprattutto, l’esistenza di un adeguato flusso informativo precontrattuale (offerto per iscritto) escludono l’esistenza di un diritto risarcitorio a favore dei ricorrenti (i quali, comunque, hanno genericamente indicato il “depauperamento del capitale nella misura di circa il 30%”, riservandosi la produzione di un conteggio specifico che, tuttavia, nei termini stabiliti dal regolamento istitutivo dell’ACF non aveva avuto luogo).

Arbitro per le Controversie Finanziarie, 26 maggio 2020, Decisione n. 2627 

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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