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Utilizzo strumentale della clausola simul stabunt simul cadent

Questione cardine attorno alla quale ruota il procedimento conclusosi con la sentenza n. 4955/2016 emessa dal Tribunale di Milano, in composizione monocratica, è rappresentata dall’utilizzo strumentale, o meno  – nel caso sottoposto al giudice meneghino – della clausola simul stabunt simul cadent.

Invero, il socio ed amministrare di una s.r.l. citava in giudizio gli altri due soci ed amministratori della società (nonché la società medesima), al fine di richiedere, tra l’altro, l’accertamento dell’applicazione abusiva della citata clausola (statutariamente prevista), posto che – secondo quanto ritenuto dall’attore – le dimissioni ingiustificate rassegnate da uno dei convenuti-amministratori (che sarebbero intervenute in accordo con l’altro) sarebbero state finalizzate unicamente a determinare la cessazione dell’attore dalla carica di amministratore della società e, quindi, la sua esclusione, senza obbligo di risarcimento alcuno.

In argomento, il giudice di prime cure, richiamando l’orientamento del Tribunale di Milano, ricorda innanzitutto come la clausola simul stabunt simul cadent sia “finalizzata a mantenere costanti, a livello di organo gestorio, gli equilibri interni originariamente voluti e cristallizzati secondo una determinata configurazione della delibera assembleare di nomina” e che, quindi, la stessa funzioni come “stimolo alla coesione dell’organo gestorio”.

Prosegue poi precisando che comunque “l’operatività fisiologica della clausola di decadenza non implica una valutazione dei motivi delle singole dimissioni intervenute”, le quali, quindi, sono connotate della più ampia discrezionalità.

Tuttavia, è indubbio come la clausola in parola possa prestarsi ad un utilizzo strumentale laddove le dimissioni di uno o più amministratori “siano dettate unicamente dallo scopo di eliminare amministratori sgraditi, in assenza di giusta causa e, quindi, eludendo l’obbligo di corresponsione degli emolumenti residui (ed in generale di risarcimento del danno) che sarebbero invece dovuto, laddove tali amministratori cessassero non in forza dell’operatività della clausola, quanto per revoca.

Da qui, quindi, il formarsi dell’orientamento giurisprudenziale propenso a riconoscere comunque agli amministratori non dimissionari decaduti il diritto al risarcimento del danno, quando sia data prova dell’utilizzo abusivo dello strumento dimissionale in presenza della clausola in discussione.

Secondo il giudice primo grado, nel caso di specie, tale onere probatorio non è stato soddisfatto dall’attore ed inoltre la tesi da quest’ultimo ipotizzata circa l’esistenza di una strategia dei convenuti volta all’emarginazione ed esautorazione dello stesso è stata efficacemente contestata e confutata dai convenuti. Pertanto, la domanda attorea è stata integralmente rigettata.

Trib. Milano, 20 aprile 2016, n. 4955 (leggi la sentenza)

Giada Salvini g.salvini@lascalaw.com

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