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Usura: ancora un NO alla sommatoria tra interessi

Ritiene il giudicante che debba condividersi l’orientamento che si sta affermando come prevalente nella giurisprudenza di merito, secondo il quale – fermo il principio reiteratamente sancito dalla Corte di Cassazione, per cui debba operarsi la verifica del rispetto della soglia usuraria anche con riferimento agli interessi moratori e non solo ai corrispettivi (cfr. tra tutte Cass. 350/2013) – tale verifica debba essere operata distintamente per ciascuna categoria di interessi, data la diversa natura e funzione degli stessi, riferiti a basi di calcolo differenti (il tasso corrispettivo si applica, infatti, al capitale residuo al fine di determinare la quota di interessi della rata di ammortamento, mentre il tasso di mora si calcola sulla singola rata, nel caso in cui questa non sia pagata alla scadenza) ed in ragione del fatto che in ipotesi di applicazione degli interessi moratori questi ultimi si sostituiscono e non si sommano ai primi.”

Tale principio, già affermato pacificamente dalla giurisprudenza, viene ribadito dal Tribunale di Roma con la sentenza in commento.

Nell’ambito di un giudizio ordinario, parte attrice conveniva in giudizio la Banca chiedendo al Tribunale di accertare il superamento del tasso soglia usura – relativamente ad un contratto di mutuo ipotecario ed al successivo atto di erogazione a saldo – e conseguentemente dichiarare non dovuti gli interessi pattuiti, condannando la Banca convenuta alla restituzione di quanto corrisposto a tale titolo. Parte attrice, a sostegno delle proprie ragioni, sosteneva di aver appurato il superamento del tasso soglia mediante la consulenza di un esperto contabile, il quale rilevava la pattuizione di condizioni usurarie tenuto conto di tutti i costi de finanziamento, compresi gli interessi moratori e la commissione di estinzione anticipata del mutuo.

Si costituiva la Banca, la quale – nel merito – negava che fossero state pattuite in contratto condizioni usurarie e che, pertanto, doveva accertarsi e dichiararsi l’infondatezza di tutto quanto ex adverso dedotto.

Il Tribunale di Roma, accogliendo le difese svolte dalla Banca convenuta, ha ritenuto legittima la pattuizione contrattuale secondo la quale gli interessi moratori dovessero computarsi sull’intera rata scaduta comprensiva della quota di interessi corrispettivi; ciò in virtù della delibera CICR del 09/02/2000 che in attuazione dell’art. 120 T.U.B vigente al momento della conclusione del contratto stabiliva che: “nelle operazioni di finanziamento per le quali è previsto che il rimborso del prestito avvenga mediante il pagamento di rate con scadenze temporali predefinite, in caso di inadempimento del debitore, l’importo complessivamente dovuto alla scadenza di ciascuna rata può, se contrattualmente stabilito, produrre interessi a decorrere dalla data di scadenza e sino al momento del pagamento”. Peraltro, l’organo giudicante sottolinea che anche l’attuale art. 120 T.U.B. prevede l’applicabilità degli interessi di mora oltre che sulla sorte capitale anche sugli interessi maturati divenuti esigibili.

Il Giudice, afferma poi che deve ritenersi improprio il confronto tra il tasso moratorio convenuto dalle parti con il tasso soglia determinato dal ministero dell’economia. Infatti, i TEG medi rilevati trimestralmente non includono anche gli interessi moratori; questi non sono dovuti dal momento dell’erogazione del credito ma solo a seguito dell’eventuale inadempimento del cliente. In ragione di ciò, la Banca d’Italia, nei controlli che effettua sulle procedure degli intermediari, opera la maggiorazione dei TEG medi pubblicati nella misura di 2,1 punti percentuali, determinando poi la soglia usura su tale base. Dunque, anche ai fini dell’individuazione del corretto parametro per la valutazione della usurarietà degli interessi moratori, si ritiene del tutto legittimo operare la maggiorazione del TEGM nella misura indicata dalla Banca d’Italia.

L’organo giudicante conclude, infine, escludendo dai costi del finanziamento anche la commissione di anticipata estinzione del finanziamento data la funzione cui assolve tale pattuizione, la quale ha ad oggetto non la remunerazione dell’utilizzo del credito, bensì il costo di una diversa utilità concessa al mutuatario.

Alla luce delle suesposte argomentazioni, il giudice ha rigettato le domande proposte dalla parte attrice, condannandola, altresì, alla refusione delle spese di lite in favore della convenuta.

Trib. Roma, 12 febbraio 2020 n. 3145 

Valentino Scidà – v.scida@lascalaw.com

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