Una domanda travolgente

Una domanda travolgente

Il Tribunale di Tivoli accoglie le richieste di accertamento della nullità degli investimenti e condanna l’investitrice alla restituzione di tutte le utilità percepite, senza però disporre analoga condanna di restituzione del capitale investito.

La soluzione, che segue un filo logico-giuridico corretto, pone al centro due tematiche tutt’altro secondarie in tema di nullità ex art. 23 TUF: sia il tema della prescrizione della domanda restitutoria, sia il tema della portata della nullità pronunciata dal Giudice.

L’investitrice agisce in giudizio nei confronti dell’intermediario finanziario contestando la nullità degli investimenti in titoli obbligazionari emessi da Parmalat e Argentina – sia sotto il profilo della carenza della forma scritta del contratto disciplinante la prestazione dei servizi di investimento, sia per mancanza degli ordini di investimento (e volontà di acquisto della cliente) – denunciando altresì inadempimenti informativi. Il Giudice, accogliendo la domanda attorea, statuisce in termini generali che “la nullità dell’ordine di investimento comporta la nullità dell’acquisto effettuato dall’intermediario. Conseguentemente, l’intermediario e l’investitore hanno diritto di ripetere l’uno nei confronti dell’altro le reciproche prestazioni”.

La sentenza tuttavia non si ferma qui e, anzi, esaminando la recente rimessione alle Sezioni Unite operata dalla Suprema Corte (cfr ord. 23927/2018), pone al centro una decisione “anticipata” su quello che, a proprio avviso, dovrebbe considerarsi la soluzione più corretta e rispettosa dei principi dettati dal codice civile. Si legge quindi che “l’espressa qualificazione, da parte del legislatore, di una nullità come di protezione, attiene infatti esclusivamente alla legittimazione ad agire per ottenerne la declaratoria, riconosciuta esclusivamente al contraente ritenuto debole, e non anche agli effetti della declaratoria stessa, che rimangono quelli tipici della nullità, travolgendo in toto ed ex tunc il contratto invalido. La previsione normativa di una nullità di protezione, infatti, ha il fine precipuo di evitare che il contraente “forte” possa valersi di un vizio del contratto che il legislatore presuppone essergli imputabile, riservando l’azione al contraente “debole”, alla cui tutela la previsione legislativa è volta; quest’ultimo, tuttavia, non può disporre delle conseguenze della declaratoria di nullità per mantenere in capo a sé gli effetti favorevoli di quel contratto, posto che il legislatore, laddove abbia voluto un tale effetto, ha disposto la nullità di singole clausole, e non dell’intera pattuizione”.

Nessuna limitazione pertanto sull’effetto restitutorio, anche con riferimento agli interessi cedolari, dal momento che “in ragione della nullità dell’ordine di acquisto impartito dalla cliente, lo stesso deve ritenersi effettuato dalla banca in nome proprio, che rimane nella titolarità delle obbligazioni, ed è chiamata a sopportare le perdite ma anche legittimata a percepire direttamente le utilità derivanti dall’investimento (cfr. Cass. sent. n. 20280/2018)”.

Tuttavia, sul piano restitutorio dovuto dall’intermediario, “deve trovare accoglimento la domanda di prescrizione della banca, essendo i singoli acquisti avvenuti a distanza di oltre un decennio dalla notificazione dell’atto di citazione, ed in particolare tra il 1999 ed il 2003 (cfr. dettaglio delle operazioni contestate, supra), non ostando al decorso della prescrizione l’assenza di un giudicato in ordine alla nullità contrattuale (cfr. Cass., Sez. 3, Sentenza n. 7749 del 19/04/2016)”.

Un giudizio che si rivela quindi assolutamente sfavorevole per l’investitore.

Tribunale di Tivoli, 10 ottobre 2019, n. 1222 

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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