Antiriciclaggio

Una criticità procedurale non da poco per il “nuovo” responsabile antiriciclaggio aziendale

FOCUS su un profilo critico trattato nella relazione svolta dall’Avvocato Ermanno Cappa in occasione del convegno Paradigma “I NUOVI ADEMPIMENTI ANTIRICICLAGGIO PER BANCHE E INTERMEDIARI. Organizzazione, procedure e controlli interni nel provvedimento della Banca d’Italia del 10 marzo 2011” – Milano, 12 e 13 maggio 2011.

Il tanto atteso provvedimento della Banca d’Italia in materia di organizzazione, procedure e controlli finalizzati a contrastare il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo, emanato a metà marzo e in vigore dal prossimo 1 settembre, nel delineare la figura del “nuovo” responsabile antiriciclaggio (le virgolette si impongono, se solo si consideri che la maggior parte delle banche e degli altri intermediari già da tempo – di fatto – hanno individuato al proprio interno un responsabile antiriciclaggio), contiene, fra le altre, una insidia procedurale di tutto rispetto.
Da notare che il provvedimento è stato emanato espressamente ai sensi dell’art. 7, comma 2 del d. lgs. n. 231-2007, norma di per sé insidiosa, sul piano applicativo, in quanto foriera di almeno due effetti: l’applicabilità dell’art. 52, che impone il famigerato obbligo di comunicazione alle autorità di vigilanza (sanzionato penalmente per l’inottemperanza) in capo all’organismo di vigilanza e agli altri organi di controllo; l’applicabilità dell’art. 56, che sancisce l’armamentario sanzionatorio per l’inosservanza delle disposizioni latu sensu organizzative, invocando espressamente l’applicazione del procedimento amministrativo contemplato da TUB, anziché la legge, n. 689 del 1981 (c.d. legge sulla depenalizzazione) che costituisce il sistema procedurale tipico della normativa antiriciclaggio.
Il problema muove da un interrogativo teorico pregiudiziale: il responsabile antiriciclaggio è destinatario in senso tecnico del provvedimento in questione ? Testualmente, no: egli non compare nell’elenco tassativo di pag. 8. In sostanza, cioè, nel caso (tipico) della banca, è la stessa che, giusto disposto di cui all’esordio del capitolo secondo della sezione IV, si dota di un assetto organizzativo, di procedure operative e di sistemi informativi. Ciò significa che, a rigore, l’impianto sanzionatorio previsto per l’inottemperanza dovrebbe abbattersi, almeno in linea di principio, esclusivamente sulla banca stessa e, quindi, sui suoi vertici aziendali.
Vero è che, in pratica, non sempre risulta agevole distinguere la responsabilità dell’ente rispetto a quella dell’autore materiale della violazione e l’apparato sanzionatorio della legge antiriciclaggio, sin dai tempi della legge 197-1991, si è sempre presentato estremamente contorto sul punto.
La panacea di fondo è costituita, come sempre, dall’istituto della responsabilità solidale fra l’intermediario bancario-finanziario e l’autore materiale della violazione.

In materia antiriciclaggio, come già ricordato, per gran parte dell’apparato sanzionatorio, (precisamente per le violazioni del Titolo I, Capo II e del Titolo II, Capi II e III – art. 57, nonché per le violazioni del Titolo III – art. 58), valgono due principi:
1. la responsabilità solidale sussiste anche quando l’autore materiale della violazione non è stato identificato ovvero non è perseguibile (art. 59): principio che si inserisce, evidentemente, nel solco della disciplina sulla responsabilità da reato degli enti;
2. all’irrogazione delle sanzioni provvede il Ministero dell’economia e delle finanze, con applicazione delle disposizioni della legge n. 689-1981 (art. 60).
Orbene, il richiamo alla legge 689-1981 comporta l’applicabilità dell’art. 6 che, dopo avere stabilito il principio della solidarietà, precisa che chi ha pagato ha diritto di regresso per l’intero nei confronti dell’autore della violazione.
E’ già stato ricordato, invece, che il provvedimento della Banca d’Italia del 10 marzo 2011, invoca le sanzioni amministrative di cui all’art. 56 ed è già stato ricordato che detta norma demanda alla Banca d’Italia, non al Ministero, il compito di irrogare le sanzioni, con applicazione dell’art. 145 del TUB.
In sostanza gli obbligati in solido (la banca) i quali provvedano al pagamento della sanzione, non hanno semplicemente il diritto di regresso, bensì, sono tenuti ad esercitare il regresso verso i responsabili.
E’ evidente la criticità che ne deriva: in ipotesi di riscontrata violazione, anche involontaria della norma, dopo avere pagato la sanzione amministrativa del caso, la Banca non potrà sottrarsi al dovere di esercitare il regresso nei confronti del responsabile, anche nell’ipotesi in cui lo ritenga senza colpe.
Si tratta di una criticità di tutta evidenza, anche sul piano della gestione delle risorse umane, di cui non si potrà non tenere conto.

(Ermanno Cappa – e.cappa@lascalaw.com)

Si veda anche "Il Sole 24 Ore – Antiriciclaggio con più responsabilità"

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