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Una caduta… con lieto fine

Non tutte le cadute aiutano a crescere. Men che meno quella causate dalla buche presenti nel manto stradale. Se capita di capitombolarci dentro, poi, il risarcimento da parte del Comune sembra il minino che ci si possa aspettare.

Ciò che non ci si aspetta, invece, è di sentir respinta la propria richiesta per non aver provato il rapporto di custodia tra il Comune e la strada in cui è avvenuto l’incidente.

È quanto accaduto ad una donna che, dopo aver inforcato, come ogni mattina, la propria bicicletta, è finita per terra a causa di una vera e propria voragine presente lungo la strada.

Una trappola che non le ha lasciato scampo e che l’ha spinta ad adire il Giudice di pace competente per ottenere il risarcimento.

Tuttavia, mentre il Giudice di Pace non ha avuto dubbi sulla dinamica dell’incidente e sui profili di responsabilità del Comune, il Tribunale di Lodi ha invece condannato la ciclista a restituire quanto ricevuto dal Comune a titolo di risarcimento, stabilendo che fosse onere della parte danneggiata provare il rapporto di custodia tra il Comune e la strada.

Una conclusione che non poteva che spingere la donna a ricorrere in Cassazione in cerca di un lieto fine, da ultimo, arrivato.

Contrariamente a quanto stabilito dal Tribunale, infatti, la Cassazione, con l’ordinanza n. 27054 del 6 ottobre 2021, ha stabilito che le strade comunali soggiacciono ad una presunzione di demanialità avente carattere relativo, superabile solo mediante prova contraria fornita dal colui contro il quale la presunzione opera.

Nel caso di specie, dunque, sarebbe stato onere del Comune provare che quel tratto di strada non fosse di sua proprietà e che, di conseguenza, non sussistesse il rapporto di custodia invocato dalla ricorrente.

A nulla rileva il fatto che, nelle proprie difese, la sfortunata ciclista non avesse fatto espressamente riferimento all’art. 22 della l. n. 2248/1865 (secondo cui appartiene ai comuni il manto stradale), dovendosi ritenere che la normativa fosse implicitamente richiamata dalla presunzione invocata dalla ricorrente.  

Sulla scorta delle argomentazioni che precedono, la Cassazione ha quindi accolto il ricorso della donna, con buona pace di tutti i ciclisti.

Cass., Sez. VI – 3, Ord., 6 ottobre 2021, n. 27054

Federica Vitucci – f.vitucci@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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