La lettura secondo buona fede della nullità relativa

Un risarcimento equitativo per un danno non provato

La Suprema Corte affronta un particolare caso relativo alla vendita coattiva di un pacchetto azionario di un investitore, avvenuta per errore sul presupposto della attivazione del c.d. stop loss, prefissato dalle parti.

In particolare, l’investitore pone diversi ordini di acquisto “allo scoperto” sul mercato Statunitense, mediante anche finanziamento della stessa banca, con garanzia che se il titolo fosse sceso sotto un certo valore l’intermediario avrebbe venduto tutto il pacchetto trattenendo la somma anticipata dal cliente. Ad aprile dell’anno 2007, sul mercato americano, le azioni vengono quotate ad un prezzo inferiore a quello della clausola di stop loss, con la conseguenza che la Banca mette in vendita le azioni.

Tuttavia, in pari data, lo scambio effettuato sotto la soglia viene annullato dal Nasdaq che comunica l’annullamento di tale operazione sulla base della procedura di bad execution, mentre la quotazione inferiore allo stop loss si verificherà solamente a metà maggio. L’intermediario, tuttavia, ad aprile non pone in essere alcuna attività volta ad eliminare quello che si configura come inadempimento per il cliente. Secondo la Suprema Corte (nel solco delle valutazioni già compiute anche i giudici di merito) risulta provato che la Banca non abbia “fatto tutto il possibile per evitare il danno del cliente, annullando l’operazione o riacquistando immediatamente i titoli che erano stati venduti in assenza dei relativi presupposti”.

La Corte esclude che possa “riconoscersi all’odierno ricorrente il mancato guadagno per il prezzo raggiunto dal titolo solo dopo il successivo stop-loss, evento che avrebbe dato luogo comunque alla vendita coattiva delle azioni”, tuttavia “vi è spazio per il risarcimento del danno, in relazione alla concreta ed effettiva possibilità che il cliente aveva di ridurre la perdita , vendendo le azioni ad un prezzo che, pur inferiore a quello di acquisto, fosse comunque superiore a quello fissato per la vendita coattiva, che , come già evidenziato è quello che determina il peggior risultato per l’odierno ricorrente”.

Tuttavia, emerge il problema di individuare il danno risarcibile per il cliente che si lega alla “particolare natura dell’investimento in azioni” ove “ai fini di determinare in via presuntiva il probabile comportamento dell’investitore occorre tener conto del complessivo andamento del titolo, in quanto la strategia dell’investitore è necessariamente legata all’analisi ed alla previsione del trend del titolo in un determinato lasso temporale; da ciò la conseguenza che la mancata vendita del titolo ad un determinato prezzo non implica necessariamente che in futuro l’investitore non si determini alla vendita ad un prezzo inferiore a quello in precedenza raggiunto”.

La soluzione diviene quindi quella di determinazione equitativa del danno, nei limiti di risarcibilità sopra evidenziati, “non potendo con certezza stabilirsi il prezzo a cui il cliente avrebbe venduto i titoli, mentre il limite è costituito dal prezzo massimo raggiunto dal titolo tra uno stop loss e l’altro”.

Cass., Sez. I Civ., 14 ottobre 2019, n. 25843

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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