Mark to market, sei elemento essenziale e determinabile?

Un “pavimento” sempre valido

La clausola “floor” (o “clausola di redditività minima”) del mutuo nell’orientamento consolidato della Giurisprudenza di merito si conferma come valida e resiste pienamente agli attacchi di invalidità o nullità.

In una recente decisione del Tribunale di Forlì (sentenza n. 461/2020), infatti, chiamato a pronunciarsi sulla contestazione di “illegittimità” della clausola floor per natura di strumento finanziario implicito, mancanza di causa in concreto ed aleatorietà unilaterale, ne ha disatteso le eccezioni valutando la previsione contrattuale frutto di una autonomia insindacabile, volta alla determinazione su aspetti economici.

La motivazione che rende il Giudice è corretta ed è assolutamente lineare: “si ricorda che la pattuizione di una remunerazione minima nell’ambito dei contratti di finanziamento a tasso variabile non comporta l’automatico mutamento della natura del contratto, che, se riguarda un contratto di mutuo, resta un contratto reale e non assurge a contratto derivato, in quanto la causa contrattuale non è quella di realizzare un investimento mobiliare economicamente proficuo, ma di concedere/ottenere a titolo di prestito una somma con correlativo obbligo di restituzione nel tempo della stessa. E’ evidente, pertanto, che la funzione della predetta clausola costituisce la soglia al di sotto della quale le parti di comune accordo hanno testualmente considerato e regolamentato il caso di fluttuazione dei tassi d’interesse ed, in particolare, il caso in cui la stessa sia antieconomica per la banca nell’ambito della complessiva operazione creditizia, in termini di previsione di un costo minimo del denaro, per il servizio di prestito erogato al cliente. Ciò premesso, si ritiene di aderire a quell’orientamento della giurisprudenza di merito per cui le clausole floor sono pattuizioni di per sé pienamente valide ed efficaci, non essendo ammissibile alcun sindacato del giudice sul profilo dell’equilibrio economico del contratto, nemmeno ai sensi della normativa a tutela dei consumatori, ciò ovviamente a condizione che la relativa pattuizione risulti contrattualizzata in forma chiara e trasparente (cfr. ex multis Tribunale di Bologna del 31.01.2018)”.

Viene poi esclusa la necessità di inserimento, quale contraltare opposto, di una clausola “cap” e, soprattutto, viene dato conto del fatto che “la presenza di siffatta clausola, non determinando automaticamente la natura di strumento finanziario di quello che resta un contratto di mutuo, non lo rende assoggettato alla disciplina di cui al d. lgs. n. 58/1998 (T.U.F.) ed in particolare alla normativa che impone i relativi obblighi di informazione alla banca in funzione di intermediario finanziario (cfr. Tribunale di Bologna del 29.05.2017)”.

Tale precedente si uniforma rispetto altre pronunce, sempre di merito, rese sul tema da parte della Corte d’Appello di Brescia (n. 419/2020) e Tribunale di Brescia (n. 682/2020), secondo le quali la convenzione fra le parti sulla misura del tasso di riferimento dell’indicizzazione è del tutto legittima perché non costituisce causa di indeterminatezza dell’oggetto del contratto né vìola alcun dovere di correttezza e trasparenza, ma costituisce ordinaria espressione dell’autonomia negoziale nell’individuare il parametro certo al quale indicizzare i canoni periodici.

Trib. Forlì, 18 giugno 2020, n. 461

Corte d’App. Brescia, 29 aprile 2020, n. 419

Trib. Brescia, 27 marzo 2020, n. 682

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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