Se un lavoro vuoi trovare la laurea è meglio dimenticare!

Anche in un periodo di crisi del mondo del lavoro è difficile accettare di dover mettere da parte il proprio titolo di studio pur di trovare un’occupazione, ma quando è la Suprema Corte a stabilire che un diploma di laurea non può giustificare la decisione di respingere offerte di lavoro considerandole non all’altezza è necessario venire a patti con la realtà. A maggior ragione quando in discussione non c’è solo l’orgoglio, ma anche, come nel caso trattato dalla Corte di Cassazione, il rischio di vedersi negare il diritto all’assegno di mantenimento da parte dell’ex consorte.

La pronuncia della Cassazione prende le mosse da una complicata separazione originata da una relazione extraconiugale del marito e dalla conseguente accesa diatriba in punto di diritto al riconoscimento dell’assegno di mantenimento in favore della moglie.

Su entrambi i fronti i Giudici di merito respingono, sia in primo che in secondo grado, le obiezioni proposte dall’uomo ritenendo che l’ampiamente provata e documentata relazione extraconiugale del marito abbia giocato un ruolo fondamentale nell’ottica del deterioramento del rapporto coniugale e della conseguente cessazione della comunione di vita tra i coniugi, e, per quanto concerne il lato economico, che sia giusto che l’uomo eroghi un assegno mensile in favore della donna beneficiaria di redditi assai modesti.

Punto fondamentale sul quale i Giudici d’Appello focalizzano la loro attenzione è il fatto che la comparazione dei redditi e del patrimonio delle parti mostra un elevato dislivello a favore del marito tale da legittimare l’erogazione dell’assegno in favore della moglie, ma soprattutto che non possa essere richiesto ad una donna di quarantotto anni, laureata, che sino al momento della separazione aveva goduto di un alto tenore di vita di mortificare la propria individualità con possibili occupazioni inadeguate quali “il banco di mescita o il badantato”.

In fermo disaccordo con quanto sostenuto dai Giudici di secondo grado e forte delle proprie ragioni il soccombente presenta ricorso in Cassazione contestando l’addebito della separazione, ma soprattutto, sostenendo l’illogicità dell’erogazione dell’assegno in favore della ex moglie proprio in virtù del fatto che pur essendo laureata, ha sempre rifiutato qualsiasi tipologia di impiego proposta dal marito finendo per aggravarne la posizione debitoria.

La Suprema Corte, confermando la piena colpa dell’uomo per la separazione, censura invece fortemente il ragionamento dei Giudici territoriali che hanno dato “piena giustificazione al rifiuto di impiego, quando non esattamente adeguato al titolo di studio ed alle aspirazioni individuali del coniuge che reclami l’assegno di mantenimento a carico dell’altro coniuge separato” ritenendo evidentemente svilente che una persona laureata, con un alto tenore di vita possa, a seguito di vicissitudini non preventivate, essere condannata ad impieghi ritenuti non alla propria altezza. Ritiene la Cassazione che questo ragionamento si ponga in netto contrasto col principio secondo cui in tema di separazione personale dei coniugi, la loro attitudine al lavoro proficuo, quale potenziale capacità di guadagno, costituisce elemento che è indispensabile valutare ai fini delle statuizioni afferenti l’assegno di mantenimento, dovendo il giudice accertare l’effettiva possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale e ambientale». In questa ottica, può rilevare, ad esempio, anche “la possibilità di acquisire professionalità diverse ed ulteriori rispetto a quelle possedute in precedenza, o la circostanza che il coniuge abbia ricevuto, successivamente alla separazione, effettive offerte di lavoro, ovvero che comunque avrebbe potuto concretamente procurarsi una specifica occupazione”.

Nel caso di specie, continua la Suprema Corte, i Giudici territoriali si sono limitati ad affermare che la donna non potesse essere obbligata ad accettare lavori ritenuti inferiori alle proprie capacità o aspirazioni senza chiarire di aver o meno effettuato una puntuale valutazione sugli impieghi effettivamente proposti al fine di poter affermare fondatamente e non soltanto in astratto, la reale inadeguatezza e inaccettabilità da parte della donna.

In sostanza, in sede di appello è stato confermato il diritto della donna al mantenimento sulla base di rilievi del tutto astratti con l’aggravante di arrivare a privare di dignità il lavoro manuale o di assistenza alla persona omettendo al contempo di valutare elementi dirimenti come l’essere o meno la donna in grado di procurarsi redditi adeguati, l’esistenza o meno di proposte di lavoro, l’eventuale rifiuto immotivato di accettarle o, comunque, l’attivazione concreta alla ricerca di una occupazione lavorativa.

Sulla base di tutte queste considerazioni, conclude la Cassazione, si rende necessario un nuovo processo di secondo grado che compia una valutazione specifica delle proposte e dei lavori ricercati o reperiti dalla donna, nonché della raggiunta prova del diritto a non compierli e delle ragioni di questa decisione, prima di decidere sull’assegno di mantenimento a lei riconosciuto in Tribunale.

Insomma prima il dovere e poi l’assegno!

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Se un lavoro vuoi trovare la laurea è meglio dimenticare!

Cass., Ord., Sez. VI, 4 marzo 2021, n. 5932

Simona Longoni – s.longoni@lascalaw.com

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