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Udienze telematiche e diritti fondamentali nel processo civile, ovvero chiovenda 4.0

Il vespaio sollevato di recente dalle prese di posizione degli avvocati (tanto penalisti che civilisti) sulle udienze a distanza impone un attimo di pausa e di riflessione, essendo già scesi in campo ‘diritti costituzionalmente garantiti’, ‘diritti inviolabili’ e, forse, ‘diritti naturali’: sono, questi, veramente in pericolo?

Il sottoscritto non frequenta le aule penali e dunque poco può dire al riguardo, ma sul processo civile un (unico?) titolo di anzianità trentennale invece lo vanta.

Partiamo, dunque, da un dato di fatto: gran parte del processo civile (vogliamo dire l’80%? Forse anche di più) è già informatizzato nei primi due gradi, e gli inevitabili traumi da modernizzazione (tra firme digitali e fascicoli elettronici) sembrano ormai assorbiti. Anzi; rimarrà indelebile nella memoria di chi scrive una udienza napoletana nella quale il (più giovane) collega di controparte, in ritardo di qualche minuto, mi disse di aver verbalizzato in ascensore e di aver già inviato le sue deduzioni sul verbale informatico della (più giovane anche lei) giudice: era vero ed il sottoscritto si è sentito una specie di cavernicolo, ma certo non un cattivo avvocato per non aver assistito alla ‘sacra’ redazione del verbale a mano e davanti al giudice e da parte del cacelliere (ma quando mai? Art. 128 c.p.c.), magari con inchiostro di china! Ovviamente il verbale fu riletto – prima della chiusura – dalla giudice e l’udienza filò liscia. Quindi, già ora, anche un pezzo dell’udienza civile è possibile in via telematica.

Si tratta, a questo punto, di percorrere l’ultimo miglio, e allora vediamo se l’informatizzazione (anche) delle udienze coinvolge, ed eventualmente mette in pericolo, diritti costituzionali/inviolabili/naturali.

Il punto di riferimento è evidentemente, l’art. 24 Cost, il quale stabilisce che a) tutti possono agire in giudizio a tutela dei propri diritti e interessi legittimi, b) la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado, c) sono assicurati ai non abbienti i mezzi per agire e difendersi e d) gli errori giudiziari vengono riparati nei modi di legge. La questione, per quanto qui interessa, si riduce assai, dato che parliamo di quel frammento di giurisdizione costituito dalla (attività di) udienza: il cittadino avrà già agito a tutela dei diritti (lett. A), il convenuto si starà eventualmente (già) difendendo (ambedue utendo il principio sub b), il non abbiente avrà un avvocato ai sensi della lett. c), sperando che la d) non serva mai. E quindi?

Quindi, ‘esistendo’ già in natura, al momento dell’udienza, quella cosa che si chiama processo (civile) l’unico tema veramente rilevante da studiare per passare all’udienza a distanza, o telematica o scritta, è quello di assicurare l’effettivo contraddittorio, impedendo che una parte goda di vantaggi illegittimi dallo svolgersi dell’udienza in un modo o nell’altro. E pare a chi scrive che il tema possa e debba essere declinato in due aspetti, uno esterno e l’altro interno all’udienza a distanza.

Sotto il primo aspetto, ad esempio, potrebbe prevedersi che una delle parti richieda l’udienza in presenza ovvero prevederla direttamente per alcune udienze particolari (escussione testi, incarico al perito). Sarà salvi sia il diritto di lavorare dell’avvocato non particolarmente esperto di informatica (figura che, necessariamente, tenderà ad essere meno diffusa col tempo) sia la necessità che il giudice e gli avvocati ‘guardino in faccia’ i testi o il perito. Del falso mito della pubblicità dell’udienza istruttoria, poi, neanche a parlarne, essendo com’è noto le udienze del giudice istruttore (o giudice unico) non pubbliche (art. 84 disp. att. a.p.c.) e ponendosi la questione al massimo per quella di discussione (artt. 281sexies per il primo grado e 352 c.p.c. per l’appello).

Sotto il secondo profilo, diventa un problema di applicazione della tecnologia, dovendo il giudice, o chi per esso, fare in modo che sia effettivamente l’avvocato della parte (o un suo delegato) a partecipare all’udienza e non altri: procedure crittografiche, blockchain e quant’altro possono aiutare.

E allora, ci si chiede, dove sia il pericolo per i diritti fondamentali di difesa e contradditorio; e soprattutto ci si chiede, al contrario, se tutto ciò non sia semplicemente la necessaria evoluzione in termini attuali, da tecnologia 4.0, dei principi chiovendiani di concentrazione, oralità e immediatezza, validi e funzionanti da quasi un secolo e che ancora, insieme a quelli della Costituzione, continuano a governare: quale di questi non sarebbe rispettato dall’udienza a distanza? Domanda retorica, ovviamente.

O forse avrei dovuto impugnare per nullità l’ordinanza della giudice napoletana che aveva inserito nel verbale le deduzioni del collega redatte in ascensore? In fondo, è ‘Il cancelliere che redige il processo verbale di udienza sotto la direzione del giudice’!!

Fuori dalla boutade, credo sia il caso, per tutti gli operatori del diritto, di concentrare energie e risorse in questioni serie, non in battaglie di retroguardia contro una modernizzazione che, piaccia o no, è già qui. È infatti notizia di ieri la sottoscrizione del ‘Protocollo fra il Tribunale ordinario di Roma e il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma per consentire lo svolgimento delle udienze civili tramite collegamento da remoto e tramite trattazione scritta, ai sensi dell’art. 83, comma 7, lett. f e lett. h della legge 17 marzo 2020, n. 18’; e comunque, “in caso di malfunzionamenti, di scollegamenti involontari e di impossibilità di ripristino, il giudice dovrà rinviare l’udienza, facendo dare comunicazione alle parti del verbale d’udienza contenente il disposto rinvio” (comunicato COA di Roma).

Pierluigi Giammaria – p.giammaria@lascalaw.com

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