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Trump, social network e libertà di parola

L’8 gennaio scorso Twitter Inc. ha sospeso l’account personale del Presidente USA Donald Trump. Da lì a poco anche Facebook e Instagram hanno fatto lo stesso.

Non è difficile immaginare l’impatto di tali decisioni, soprattutto quando riguardano un personaggio politico di primo piano che ha sempre utilizzato i social network per rivolgersi direttamente e in tempo reale al popolo americano e alla stampa in generale. Non c’è da meravigliarsi, quindi, che il silenzio imposto a Trump abbia sollevando polemiche provenienti da tutte le forze politiche e da molti commentatori; ed è legittimo chiedersi se piattaforme di messaggistica possano “bannare” gli utenti, ovvero recidere all’improvviso un canale comunicativo da loro costruito e consolidato nel tempo su cui fanno legittimo affidamento per la propria propaganda politica.

Partiamo innanzi tutto dai fatti, per poi vedere se la sospensione degli account sia stata legittima ai sensi del diritto vigente (USA e UE) e concludiamo su come (e se) l’ordinamento risponde ad una logica di giustizia sostanziale lasciando al lettore decidere se il legislatore dovrebbe in quale modo intervenire per contenere il potere dei social network a tutela della libertà di espressione dei cittadini.

Cosa è accaduto

Il 6 gennaio scorso migliaia di persone, molte di queste armate, si sono ritrovate innanzi alla sede del Congresso americano in Washington, dove era in corso la certificazione dei voti ottenuti da Joe Biden, per protestare contro l’insediamento alla Casa Bianca del neoeletto e futuro Presidente USA. L’adunanza (un vero e proprio armed mob) era stata organizzata nel week end del 2-3 gennaio attraverso la piattaforma Parler – diretto concorrente di Twitter – con scambio di messaggi tra gli utenti di chiara matrice sovversiva e terroristica.  Conseguentemente, Google e Apple rimuovevano Parler dai propri app store e Amazon interrompeva il servizio di hosting mettendo il servizio definitivamente off-line.

Ciò che è poi accaduto a Capitol Hill è noto. Alle 12.00 Donald Trump in un comizio pubblico fomenta la folla e alle 14.00 inizia l’attacco. Un bilancio di 4 morti, decine di feriti, 50 arresti e lo sfregio di un attentato senza precedenti contro un simbolo della democrazia in tutto il mondo.

Segue un video di Trump in cui invita la folla alla calma, ma ahimè ribadisce anche con fermezza le infondate accuse di brogli elettorali.

Alle 15.40 i legislatori tornano al Congresso e certificano la vittoria di Biden con alcuni dei repubblicani più vicini a Trump che prendono le distanze dal Presidente e da quanto accaduto.

Benché i disordini siano rientrati, i democratici hanno chiesto l’impeachment (per la seconda volta) e si è in attesa del prossimo appuntamento politico del 20 gennaio, data del formale insediamento di Biden e definitivo passaggio di consegne delle amministrazioni. Vi è quindi il fondato rischio che siano intraprese nuove iniziative violente ed eversive da parte di alcune frange estreme dell’elettorato di destra.

(Segue) Gli ultimi tweet di Trump e la sospensione degli account

Due giorni dopo gli attacchi a Capitol Hill, Trump è intervenuto con due tweet in cui anziché stigmatizzare l’accaduto, reclamava, nel primo, le ragioni dei cc.dd. “patrioti americani” invocando il loro rispetto e ammonendo che essi “non saranno trattati ingiustamente, in qualunque modo, maniera o forma”[1]; nel secondo, che egli non avrebbe partecipato all’inaugurazione del 20 gennaio creando, ancora una volta, un vulnus nella liturgia istituzionale statunitense.

Tali messaggi, alla luce degli eventi dei giorni precedenti e delle risposte ricevute dai followers, letti rispettivamente ai sensi delle policy di Twitter sul “Glorfication of violence” e “Violent threats”, sono stati prontamente rimossi dalla piattaforma con successiva sospensione dell’account di Trump a tempo indefinito.

Alla decisione di Twitter seguiva di lì a poco quella di Facebook e Instagram con eguale misura restrittiva[2].

Le iniziative di cui sopra hanno un primo precedente nell’interruzione della diretta da parte delle principali reti nazionali televisive USA del discorso di Trump tenuto il 5 novembre 2020. In quella occasione Presidente stava ripetutamente sostenendo di essere il legittimo vincitore delle elezioni presidenziali denunciando l’esistenza di brogli elettorali su vasta scala[3].

Il fatto si è quindi ripetuto, utilizzando questa volta i canali social e fomentando la folla di sostenitori a commettere atti violenti, o quantomeno non stigmatizzando e anzi legittimando la loro iniziativa.

Ebbene, se anche saranno ripristinati gli account social di Trump, una cosa è certa, l’accaduto segna un punto di svolta nella storia dei diritti costituzionali e impone di riconsiderare il ruolo dei fornitori di servizi della società dell’informazione.

Il diritto USA ed europeo

Se in termini sostanziali sia giusto o meno consentire ai proprietari di piattaforme social di rimuovere l’account di un utente è questione di carattere politico che, come tale, merita un ampio dibattito che condurrà probabilmente ad una soluzione di equilibrio tra liberismo e statalismo. Quello che possiamo fare in questa sede, affinché ciascuno si faccia una propria idea, è illustrare entro quali limiti le piattaforme possono operare in USA e in Europa alla luce delle prerogative costituzionali.

In USA.

Il Primo Emendamento (la c.d. Free Speech Clause) tutela la libertà di espressione (marketplace of ideas) stabilendo che «Congress shall make no law… abridging the freedom of speech». Esso si applica quindi esplicitamente all’azione del governo e non ai privati.

Su altro versante, l’art. 230 del Communication Decency Act (CDA) prevede l’irresponsabilità del provider per i contenuti pubblicati sulla sua piattaforma nel caso in cui:

  • abbia agito in buona fede per limitare l’accesso a materiale considerato osceno, impudico, lascivo, sconcio, eccessivamente violento, molesto, o altrimenti discutibile; oppure
  • abbia reso disponibili ai fornitori di contenuti (o a chiunque altro) i mezzi tecnici per limitare l’accesso al materiale su indicato.

In definitiva, come ricorda il rapporto del Congressional Research Service (Free Speech and the Regulation of Social Media Content), non esiste pertanto una base giuridica per la quale gli utenti avrebbero diritto a non essere rimossi dai social media e anzi questi ultimi sono legittimati ad intervenire in determinate circostanze[4].

In UE.

Da questa parte dell’oceano il riferimento va innanzi tutto all’art. 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (Libertà di espressione e d’informazione) che, come per il Primo Emendamento, tutela la libera manifestazione del pensiero. Anche in questo caso, considerata anche la genesi della norma[5], si tratta di un diritto da far valere contro uno stato oppressore e non contro altri privati.

Riguardo a questi ultimi, proprio come previsto per il CDA, rilevano innanzi tutto gli artt. 12 e ss. della Direttiva 2000/31/CE che dispongono in via generale l’irresponsabilità del fornitore per il contenuto dei messaggi transitati sulla propria rete a patto che quest’ultimo:

  • non sia al corrente della natura illecita dei messaggi, o che
  • non appena al corrente della loro illiceità, agisca immediatamente per rimuoverli o per disabilitarne l’accesso.

In entrambi i paesi.

Alla luce delle normative sopra accennate, è difficile dire se i messaggi di Trump che hanno determinato la sospensione dei suoi account siano o meno sussumibili in una fattispecie illecita[6] e se quindi l’iniziativa delle piattaforme sia pienamente giustificata sotto questo aspetto.

D’altro canto, tuttavia, i rapporti tra utente e fornitore non sono solo regolati dalla legge, ma anche dal contratto e nulla vieta ad un fornitore di stabilire regole e condizioni di accesso ai suoi servizi e quindi di sospenderli in caso di loro violazione. Anzi, trattandosi di servizi resi gratuitamente, nulla vieta altresì al fornitore di recedere ad nutum, e quindi di interrompere il servizio in qualsiasi momento, anche senza motivazione.

Da un punto di vista strettamente legale, quindi, non solo Twitter e gli altri social hanno ben diritto di sospendere l’account di Trump[7], ma debbono farlo se, in determinate circostanze, non vogliono incorrere in ipotesi di corresponsabilità delle condotte illecite commesse a mezzo delle loro piattaforme.

Libertà di parola e iniziativa privata

Nessuno ha ancora negato il diritto di parola e la libertà di espressione a Trump. Egli può ancora liberamente far sentire la sua voce su altri canali e avvalersi dei servizi di altri social media, anche esteri, o addirittura di creare una propria app o un sito web in piena libertà e accesso alla rete così ripristinando – anche in brevissimo tempo – un canale comunicativo diretto con i suoi elettori. Parimenti, nulla impedisce ad Amazon di non prestare l’hosting ai server virtuali di soggetti (Parler) che considera supporter di movimenti eversivi e anticostituzionali[8]. Infine, nulla impedisce a Twitter e Facebook di rimuovere l’account di un utente[9] posto che entrambe queste società non svolgono un servizio pubblico, né operano in forza di una concessione statale, come invece accade per i canali televisivi che occupano le frequenze di una limitata disponibilità di banda di proprietà dello Stato[10].

Alla luce di quanto precede, paiono azzardate le affermazioni della portavoce della cancelliera tedesca Angela Merkel e del ministro delle finanze francese Bruno Le Maire (qui) secondo i quali sarebbe stata violata la libertà di espressione di Trump e che non dovrebbero essere i social network a decidere quali utenti ammettere alle proprie piattaforme[11].

Ciò nonostante, non c’è dubbio che la questione del diritto di partecipare all’arena politica virtuale, allestita peraltro da soggetti privati che operano in un regime di quasi monopolio, vada approfondita, quantomeno poiché l’improvvisa sospensione di un account può senz’altro nel breve periodo incidere anche in modo significativo sulla fondamentale libertà di espressione dell’individuo[12].

Consulta l’infografica

Infografica Trump, social network e libertà di parola

Francesco Rampone – f.rampone@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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[1] Questo il testo originale: «The 75,000,000 great American Patriots who voted for me, AMERICA FIRST, and MAKE AMERICA GREAT AGAIN, will have a GIANT VOICE long into the future. They will not be disrespected or treated unfairly in any way, shape or form!!!». L’interpretazione è ambigua, potendosi intendere che il rispetto sarà preteso «in any way, shape or form!!!».

[2] Sono poi seguite altre iniziative concorrenti di altre piattaforme. Qui una lista aggiornata all’11 gennaio. Il ban di Zuckerberg si estende fino a dopo il 20 gennaio.

[3] Praticamente tutte i canali hanno seguito il primo esempio del network MSNBC (che pure aveva interrotto già una diretta di Trump anche il giorno precedente): CNN, Fox News, ABC, CBS, USA Today.

[4] Cfr. Mike Masnick, Protocols, Not Platforms: A Technological Approach to Free Speech, in First Amendment Institute at Columbia University, 21 agosto 2019, (https://knightcolumbia.org/content/protocols-not-platforms-a-technological-approach-to-free-speech, consultato il 15 aprile 2020).

[5] Tutte le carte fondamentali occidentali di stampo liberale si ispirano alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 che all’art. 19 stabilisce che: «Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere».

[6] Tipicamente, in Italia, viene in mente il reato di istigazione di cui all’art. 414 c.p. che tuttavia deve essere interpretato in modo senz’altro restrittivo, pur considerando il contesto della condotta, ovvero il ruolo e condizione dei soggetti della relazione comunicativa.

[7] È peraltro rimasto in funzione quello presidenziale @POTUS e altri account collegati alla propaganda di Trump.

[8] John Matze, chief executive di Parler, ha dichiarato che non ha trovato nessun servizio alternativo ad Amazon disposto ad ospitare i suoi server. In questo caso, se vi fosse un patto di esclusione di Parler da web, la condotta rivelerebbe semmai sotto molteplici profili concorrenziali, ma non certo potrebbe essere letta come violazione del diritto di free speech.

[9] Twitter ha pagato cara la sua scelta. Il dibattito su un controllo regolamentare sul ruolo dei social è aperto e dal 4 gennaio ad oggi, lo stock price dell’azienda è sceso di oltre 7 dollari pari quasi al 14 (qui)% (consultato il 13 gennaio).

[10] Alle medesime conclusione giunge la corte suprema americana nel caso Turner Broadcasting Systems v. FCC (512 U.S. 622, 638 (1994)) che distingue la TV via cavo da quella via etere proprio per la scarsità del mezzo in quest’ultima opera. Va infine sottolineato che gli operatori di rete fissa e mobile sono soggetti a regole e controlli per cui non possono discriminare l’accesso alla rete (si veda la recente Direttiva (UE) 2018/1972 che a partire da dicembre scorso opera la rifusione, con abrogazione e modifica, del precedente complesso quadro normativo in tema, tra le altre cose, di accesso, interconnessione, servizio universale e diritti degli utenti in materia di reti e servizi di comunicazione elettronica).

[11] A tali critiche si è unito anche il dissidente russo Alexei Navalny (noto per il presunto avvelenamento da parte dei servizi segreti russi e ora esule in Germania) il quale propone un comitato, indipendente e trasparente, a cui i social network dovrebbero rimettere le decisioni di sospensione o blocco degli account e le cui decisioni dovrebbero essere appellabili.

[12] Da notare che Twitter ha nuovamente concesso l’accesso all’account di Trump dopo la sospensione di 12 ore e il presidente ha postato messaggi di invito alla calma e al rispetto delle forze dell’ordine.

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