La rivincita del promissario acquirente

Truffa contrattuale: il carattere di reato è fornito dal dolo iniziale

In tema di truffa contrattuale, l’elemento che imprime al fatto dell’inadempienza il carattere di reato è costituito dal dolo iniziale, che, influendo sulla volontà negoziale di uno dei due contraenti – determinandolo alla stipulazione del contratto in virtù di artifici e raggiri e, quindi, falsandone il processo volitivo -, rivela nel contratto la sua intima natura di finalità ingannatoria.

Con la sentenza oggetto di gravame, la Corte d’Appello confermava la decisione del Tribunale che aveva assolto gli imputati dal delitto di truffa aggravata loro ascritto in rubrica per insussistenza del fatto. Il capo d’incolpazione riguardava la contestazione di truffa contrattuale per avere gli imputati concorsualmente posto in essere artifizi e raggiri, consistiti nell’infedele attestazione di una classe energetica difforme da quella effettiva nonché della piena conformità delle opere al progetto, con conseguente induzione in errore degli acquirenti delle unità immobiliari in relazione alla stipula del contratto e al prezzo d’acquisto.

Il primo giudice, dopo aver ripercorso gli esiti dell’istruttoria dibattimentale, riteneva non raggiunta la prova che le difformità enucleate nel capo d’incolpazione fossero frutto di artifizi e raggiri in danno degli acquirenti e dubitava della stessa sussistenza di un danno da deprezzamento degli immobili, evidenziando che gli elementi acquisiti potevano assumere rilievo esclusivamente in sede civile. La Corte d’Appello, investita dell’impugnazione della parte civile, condivideva siffatta valutazione, affermando che la questione posta dall’appellante circa il rilievo della classe energetica nella determinazione all’acquisto degli immobili attiene al profilo prettamente civilistico della vicenda, che in sede penale deve essere scrutinata alla luce degli elementi costitutivi della fattispecie ex art. 640 c.p. contestata. Ribadiva, quindi, che il dibattimento non aveva consentito il raggiungimento della prova oltre ogni ragionevole dubbio che la classe energetica, certificata in maniera difforme da quella effettiva, fosse frutto di un accordo tra gli imputati e non di un mero errore.

Proponeva ricorso al Supremo Collegio il difensore e procuratore speciale della parte civile costituita deducendo, con unico motivo, la manifesta illogicità della motivazione e il travisamento della prova per omissione. Contestava la ricorrente il rilievo meramente civilistico accreditato dalla Corte d’Appello alla questione relativa all’incidenza nel negozio contrattuale della prospettata ricomprensione dell’immobile esitato in una determinata classe energetica, in contrasto con la giurisprudenza di legittimità che ha evidenziato come il dolo costitutivo del delitto di truffa non sia ontologicamente diverso da quello che vizia il consenso negoziale. In detta prospettiva appare del tutto rilevante la verifica circa il determinismo sulla fase di conclusione della compravendita della non veritiera classificazione energetica e sull’induzione in errore della parte civile. Secondo la difesa le emergenze acquisite e disattese dalla Corte di merito provano la condotta illecita degli imputati, dal momento che l’attestato di certificazione energetica è un documento che gode di fede pubblica ed è, pertanto, idoneo ad ingenerare nell’acquirente la legittima aspettativa di quanto nello stesso dichiarato.

La tesi d’accusa postulava, attesa la contestazione in forma concorsuale dell’illecito, la fraudolenta e temporalmente protratta sinergia illecita della società proprietaria e costruttrice degli immobili, di cui è amministratore uno degli imputati e del direttore dei lavori (l’altro imputato), perseguita certificando l’immobile come di classe energetica elevata, concludendo un contratto servizio energia non sostenuto da un’adeguata diagnosi energetica e attestando la regolarità delle opere nonostante parziali difformità al fine di indurre in errore gli acquirenti delle unità immobiliari e lucrare prezzi maggiorati.

La Corte di Cassazione riteneva di dover dichiarare il ricorso inammissibile alla luce del fatto che l’istruttoria dibattimentale, come correttamente rilevato dai giudici di merito, non aveva fatto emergere la natura intrinsecamente e finalisticamente artificiosa delle condotte contestate né del necessario nesso causale rispetto all’induzione in errore a fini di profitto con altrui danno.

Secondo infatti, l’orientamento costante della giurisprudenza di legittimità, “il reato di truffa è reato istantaneo e di danno, che si perfeziona nel momento in cui alla realizzazione della condotta tipica da parte dell’autore abbia fatto seguito la “deminutio patrimonii” del soggetto passivo… mentre, in tema di truffa contrattuale, l’elemento che imprime al fatto dell’inadempienza il carattere di reato è costituito dal dolo iniziale, che, influendo sulla volontà negoziale di uno dei due contraenti – determinandolo alla stipulazione del contratto in virtù di artifici e raggiri e, quindi, falsandone il processo volitivo -, rivela nel contratto la sua intima natura di finalità ingannatoria…”.

Cass., Sez. II Pen., 22 giugno 2021, n. 31933

Fabrizio Manganiello – f.manganiello@lascalaw.com

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