Contratti Bancari

Trib. Cagliari, 06/12/2008: la sorte dei diritti di credito e la loro assoggettabilità al regime di comunione legale

– di Elisabetta Maria Tripputi, in Banca Borsa e Titoli di credito, n.1/2011, pag. 97

La sentenza in esame (leggi la massima) si inserisce nell’ampio dibattito che coinvolge la dottrina e la giurisprudenza in merito alla sorte dei diritti di credito e alla loro assoggettabilità al regime di comunione legale.

Prima questione è quella dell’inclusione nell’oggetto della comunione legale dei diritti di credito acquistati in costanza di matrimonio da uno dei due coniugi. Le incertezze relative alla sorte dei diritti di credito derivano dall’espressione “acquisti” presente nell’art. 177, comma 1, lettera a) c.c., utilizzato in modo atecnico.

Recentemente la Suprema Corte, invertendo il proprio precedente indirizzo volto a ricomprendere nel concetto di acquisto solo i diritti reali, con alcune recenti sentenze ha riconosciuto l’inclusione nella comunione immediata dei crediti purché essi comportino forme di investimento o abbiano un valore patrimoniale.

La pronuncia in esame si ispira a tale ultimo orientamento, ammettendo così in via generale la caduta in comunione legale anche dei diritti di credito ogniqualvolta non siano riscontrabili le eccezioni alla regola generale di cui all’art. 177, comma 1, lett. a), c.c., poste dall’art. 179 c.c., ma la contempo avvertendo dell’esigenza di individuare dei criteri per stabilire quali crediti possano costituire oggetto di comunione.

Secondo aspetto da analizzare riguarda il rapporto tra comunione legale e rapporti bancari, con particolare riguardo al contratto di deposito bancario e alla figura dei certificati di deposito. I certificati di deposito hanno i caratteri tipici della cartolarità, mentre sotto il profilo sostanziale  vengono considerati una derivazione della più generale figura del contratto di deposito.

Ai fini dell’eventuale inclusione dei certificati di deposito acquisiti da un coniuge con i proventi della propria attività separata dalla comunione legale è irrilevante la qualificazione formale, ma è quel che interessa è la natura giuridica degli stessi e, quindi, la sorte del diritto di credito derivante dal contratto di deposito bancario.

E’ necessario distinguere il profilo dei rapporti intercorrenti tra la banca e i coniugi dal diverso profilo della sorte del credito derivante dal contratto concluso con la banca nei rapporti interni tra i coniugi medesimi. Per ciò che concerne il primo profilo la banca ha unicamente l’onere di accertare la legittimazione del coniuge che opera nei suoi confronti, non dovendo, in sostanza, verificare al titolarità delle somme depositate.

Con riferimento al secondo profilo, la soluzione è strettamente connessa alla questione relativa alla possibilità di includere nella comunione legale anche i diritti di credito. Risolto positivamente tale profilo è necessario rammentare che il deposito bancario sia inquadrato quale strumento negoziale idoneo ad assolvere tanto ad una mera funzione di custodia, quanto ad una funzione di investimento.

La dottrina e la giurisprudenza prevalenti, facendo leva sul criterio di investimento inteso quale impiego produttivo di beni, hanno escluso che il credito derivante da un contratto di deposito bancario stipulato da uno dei coniugi possa formare oggetto della comunione legale immediata, non trattandosi di impiego stabile produttivo di risparmio, e cioè di un investimento, rilevante ai sensi dell’art. 177, comma 1, lett. a) c.c., ma di un mero accantonamento di somme, suscettibile eventualmente di ricadere nella comunione de residuo ai sensi dell’art. 177, comma 1, lett. c).

 

(Giuliana Poggi – g.poggi@lascalaw.com)

 

 
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