Gestione patrimoniale, tra trasparenza dei costi e prova dell’informativa

Tra incapacità ed attendibilità dei testimoni

Nell’ambito del contenzioso inerente la prestazione dei servizi di investimento, l’onere della prova del corretto operato dell’intermediario può raggiungersi anche mediante l’assunzione della prova orale del dipendente che curò la sottoscrizione dell’investimento o disinvestimento contestato dal cliente.

Ciò che spesso accade è, ovviamente, la volontà da parte dell’attore di scalzare la testimonianza del dipendente deducendo o l’incapacità a testimoniare (ai sensi dell’art. 246 c.p.c.), ovvero sostenendo l’inattendibilità della testimonianza.

Due recenti pronunce della Suprema Corte, dando conto della diversità esistente tra i due istituti, affrontano la questione ribadendo il proprio orientamento in merito alla insussistenza della incapacità a testimoniare da parte del funzionario che curò la negoziazione degli strumenti finanziari, nonché la necessità di valutare l’attendibilità della testimonianza in esito all’acquisizione della stessa prova.

In generale, in ordine alla valutazione delle prove, la Corte di Legittimità ricorda che “l’esame dei documenti esibiti e delle deposizioni dei testimoni, nonché la valutazione dei documenti e delle risultanze della prova testimoniale, il giudizio sull’attendibilità dei testi e sulla credibilità di alcuni invece che di altri, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale, nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata (Cass. Sez. L, Sentenza n. 17097 del 21/07/2010; Sez. 1, Sentenza n. 16056 del 02/08/2016)” (così Cass. Civ., Sez. I, 24 maggio 2019, n. 14333).

La Corte, nel proprio successivo precedente, affronta direttamente l’ambito applicativo dell’art. 246 c.p.c. ed assume che “non importa incapacità a testimoniare ex art. 246 c.p.c., per i dipendenti di una banca, la circostanza che questa, evocata in giudizio da un cliente, potrebbe convenirli in garanzia nello stesso giudizio per essere responsabili dell’operazione che ha dato origine alla controversia. Infatti, le due cause, anche se proposte nello stesso giudizio, si fondano su rapporti diversi ed i dipendenti hanno un interesse solo riflesso ad una determinata soluzione della causa principale, che non li legittima a partecipare al giudizio promosso dal cliente, in quanto l’esito di questo, di per sè, non è idoneo ad arrecare ad essi pregiudizio (Sez. 1, Sentenza n. 2641 del 04/03/1993)” (così Cass. Civ., Sez. I, 29 maggio 2019, n. 14672).

 

Cass., Sez. I Civ.,  24 maggio 2019, ordinanza n. 14333 

Cass., Sez. I Civ., 29 maggio 2019, ordinanza n. 14672 

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

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