Mark to market, sei elemento essenziale e determinabile?

Titoli bancari non quotati e obblighi informativi

Una recente sentenza (Tribunale di Verona, n. 687 del 25-3-2017) ha statuito quali informazioni devono essere fornite all’investitore nel caso di acquisto di titoli di capitale emessi da una banca costituita come società cooperativa per azioni.

Una investitrice – tra il 2009 e il 2010 – acquistava titoli azionari di un noto istituto bancario non quotato che, su richiesta dei soci, applicava un sistema privato di “riacquisto” delle azioni. In seguito, per ottenere liquidità, la cliente chiedeva alla banca di procedere alla vendita (riacquisto) dei titoli, tuttavia quest’ultima si dichiarava impossibilitata alla esecuzione della operazione.

La cliente, dopo avere proposto reclamo (senza ottenere alcun risultato) ha agito in giudizio, contestando preliminarmente la nullità contrattuale ex art 23 TUF in ragione della mancanza di prova della accettazione della Banca e, inoltre, lamentava la sussistenza del diritto risarcitorio per la condotta inadempiente della banca nella fase di negoziazione dei titoli dalla stessa emessi.

Il Tribunale, in primo luogo, ha deciso la questione dell’invalidità negoziale rigettando la domanda poiché, dalle allegazioni in atti, risultava palese (seppur in forma implicita) l’avvenuta accettazione del contratto da parte della banca: “nel giudizio sono invece emerse chiare evidenze documentali della adesione dell’istituto di credito all’accordo, costituite, da un lato, dalla sottoscrizione da parte di un suo funzionario, sia pure ai fini di autentica della firma della casa, della domanda di ammissione a socio della stessa, che ella aveva presentato lo stesso giorno in cui effettuò l’acquisto della prima tranche di azioni, di perfezionare l’operazione”.

Diversamente, nel merito, il Tribunale ha accertato la responsabilità contrattuale della convenuta per avere questa violato i propri obblighi negoziali e, soprattutto, per non avere informato la cliente della natura illiquida dei titoli e dei rischi connessi (tali risultanti in esito alla assunzione della prova orale richiesta).

Il Giudice, richiamando la Comunicazione Consob n. 9019104 del 2009, ha preliminarmente ritenuto che: “Il succitato documento infatti qualifica come prodotti illiquidi “quelli che determinano per l’investitore ostacoli o limitazioni allo smobilizzo entro un lasso di ragionevole, a condizioni di prezzo significative, ossia tali da riflettere, direttamente o indirettamente, una pluralità di interessi in acquisto e in vendita” pertanto il Tribunale ha affermato che il sistema del riacquisto delle azioni da parte della banca non le rendeva un titolo liquido “poiché si fondava su un meccanismo, forse anche consolidato, ma che era rimasto non regolamentato, specie con riguardo alle condizioni di vendita, ed in primis alle modalità di determinazione del prezzo”.

Valutata la non appropriatezza dell’investimento al profilo finanziario dell’attrice e la violazione da parte della banca degli obblighi informativi, il Giudice ha inoltre accertato la sussistenza del nesso causale tra il danno patito (concretizzatosi in seguito alla consistente svalutazione del titolo) e il comportamento inadempiente dell’intermediario.

La sentenza rileva infatti che (i) il prezzo dell’azione “come appurato dalla Banca d’Italia era stato determinato con criteri non obiettivi” e, inoltre, (ii) che la scelta dell’attrice di mantenere l’investimento era stata indotta causalmente dal funzionario della banca che “aveva rappresentato alla attrice che, se avesse conservato i tioli, avrebbe potuto continuare a percepire i relativi dividendi”.

Il Tribunale ha così condannato la Banca a risarcire l’attrice, compensando tuttavia il danno con tutte le utilità medio tempore percepite dalla cliente in ossequio al costante orientamento giurisprudenziale.

Tribunale di Verona, 25 marzo 2017, sentenza n. 687 (leggi la sentenza)

Carlo Giambalvo Zilli c.zilli@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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