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Testimoniare o non testimoniare, questo è il dilemma…dell’avvocato

Con l’ordinanza n. 27703/20, depositata il 3 dicembre, la Corte di Cassazione ha definito i limiti della facoltà dell’avvocato di astensione qualora sia chiamato a rendere testimonianza su fatti appresi nell’esercizio di un suo mandato difensivo.

Nel caso esaminato dalla Suprema Corte, la parte aveva indicato come testimoni due avvocati che, chiamati, avevano esercitato la facoltà di astensione che il Tribunale (e poi la Corte di Appello) aveva ritenuto di accogliere.

Il ricorrente adduceva nel ricorso in Cassazione che i due professionisti non potevano avvalersi della facoltà di non testimoniare perché non ricorrevano i presupposti indicati nella sentenza della Corte Costituzionale n. 87 del 1997 in quanto nessuno dei due professionisti era difensore di alcuna delle parti del giudizio nel corso del quale erano stati intimati come testimoni (requisito soggettivo) ed i fatti sui quali erano stati chiamati a testimoniare non erano stati appresi per alcuna difesa tecnica, nè erano utili o necessari per l’esercizio di un mandato difensivo nel processo, poiché gli stessi avevano svolto consulenze extragiudiziali in occasione della composizione di interessi al di fuori di qualsiasi processo (requisito oggettivo).

La Suprema Corte spiega che nel processo civile la testimonianza costituisce un dovere per il cittadino, nel momento in cui il giudice, dopo aver valutato la richiesta della parte, abbia ritenuto la ammissibilità della prova ed abbia disposto la citazione del teste. L’ufficio di testimone comporta, per chi ne è onerato, l’obbligo di presentarsi dinanzi al giudice e l’ulteriore obbligo di dire la verità, come da impegno che assume prestando il giuramento ex art. 251 c.p.c.; inoltre se il testimone rifiuta di giurare o di deporre senza giustificato motivo oppure vi sia il fondato sospetto che non abbia detto la verità o sia stato reticente, il giudice istruttore lo denuncia al Pubblico Ministero ex art. 256 c.p.c.

L’art. 200 c.p.p., prevede, tuttavia, che alcuni soggetti che ricoprono particolari uffici o esercitano particolari professioni, tra i quali gli avvocati, non possono essere obbligati a deporre su quanto hanno conosciuto per ragione del loro ufficio o professione, riconoscendo così ad essi la facoltà di opporre il segreto professionale e di essere esentati dall’obbligo di deporre.

L’art. 249 c.p.c. riconosce all’avvocato la facoltà di astenersi dal rendere testimonianza, proprio mediante il richiamo al citato art. 200 c.p.p..

Sul tema è intervenuta la Corte Costituzionale con la sentenza n. 87 del 1987 richiamata dallo stesso ricorrente, nella quale si evidenzia che si tratta di una disciplina che «risponde all’esigenza di assicurare una difesa tecnica, basata sulla conoscenza di fatti e situazioni, non condizionata dalla obbligatoria trasferibilità di tale conoscenza nel giudizio, attraverso la testimonianza di chi professionalmente svolge una tipica attività difensiva».
La facoltà di astensione riconosciuta all’avvocato si inserisce, quindi, nella tutela del diritto di difesa inteso in senso ampio proprio perché è “destinata a garantire la piena esplicazione del diritto di difesa, consentendo che ad un difensore tecnico possano, senza alcuna remora, essere resi noti fatti e circostanze la cui conoscenza è necessaria o utile per l’esercizio di un efficace ministero difensivo.”

Sembra poi che la mera facoltà di astensione dell’avvocato prevista dal codice di rito si trasformi in un vero e proprio obbligo secondo il codice deontologico forense.

L’art. 28 prevede che “è dovere, oltre che diritto, primario e fondamentale dell’avvocato mantenere il segreto e il massimo riserbo sull’attività prestata e su tutte le informazioni che gli siano fornite dal cliente e dalla parte assistita, nonché su quelle delle quali sia venuto a conoscenza in dipendenza del mandato”.

L’art. 51, che sanziona con la censura l’eventuale condotta difforme, prevede che “l’avvocato deve astenersi, salvo casi eccezionali, dal deporre, come persona informata sui fatti o come testimone, su circostanze apprese nell’esercizio della propria attività”.

All’esito di tale scrupolosa disamina, alla Cassazione non resta che rigettare il ricorso.

Cass., Sez. I, 3 dicembre 2020, n. 27703

Valeria Bano – v.bano@lascalaw.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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